PAUL KLEE. LE ROUGE ET LE NOIR
La semiotica visiva riesce, bene o male, a proporre un'interpretazione coerente della doppia lettura - iconizzante e plastica - degli oggetti del mondo. La lettura plastica è ancora più evidente nel caso di dipinti dal carattere deliberatamente non-figurativo, come nel caso di Le rouge et le noir, un acquerello dell’ultimo periodo di Paul Klee, dove un punto rosso e un punto nero si stagliano su uno sfondo biancastro, dal cromatismo irregolare.
I colori sono quanto di più irrazionale vi sia nella pittura.
Paul Klee
Felix Thürlemann, Paul Klee. Analyse sémiotique de trois peintures
Lausanne, L’âge d’homme, 1982, pp. 79-96.
Traduzione di Elisabetta Gigante
Questo studio è dedicato a un solo oggetto di analisi
e si incentra su un’unica problematica: quella del colore. Le rouge et le noir, un acquerello dell’ultimo periodo di Paul Klee, è basato su un solo contrasto cromatico. È un’opera dal carattere
deliberatamente non-figurativo, la cui dimensione significante si situa quindi
assolutamente al di fuori dell’iconicità.
Come un’opera non figurativa produce
significato? È la domanda che si pone inevitabilmente lo studioso, ma anche un
problema tematizzato, in qualche misura, dall’oggetto pittorico stesso.
Le rouge et le noir si configura in
effetti come una riflessione sulla possibilità di esistenza di una
significazione pittorica che non faccia ricorso alle figure del mondo.
Le
proprietà dell’oggetto di analisi ci condurranno ad approfondire il concetto di
“sostanza semiotica immediata” abbozzato da Hjelmslev (1943), rivelatosi già
utile per comprendere l’aspetto creatore della figurazione pittorica in
un’altra opera di Klee, Pflanzen-Analitisches.
Rispetto a Pflanzen-Analitisches e a Blumen-Mythos, che si caratterizzavano
da un punto di vista semiotico per la loro natura poetica, ossia per lo sforzo
di superare il rapporto arbitrario tra i due piani del linguaggio (il piano
dell’espressione e il piano del contenuto, corrispondenti nel caso specifico ai
livelli plastico e figurativo), Le rouge
et le noir manifesta un’analoga preoccupazione di omologazione, riguardante
in questo caso il rapporto tra le dimensioni costitutive del livello plastico:
il “colore” e la “forma”.
1 Le rouge et le noir: un discorso sul colore
Paul Klee riprende da Stendhal il
titolo, Le rouge et le noir, per
denominare un’opera che si distingue nettamente anche all’interno di una
produzione generalmente nota per la sua varietà. A una sorprendente economia
nell’impiego dei mezzi pittorici – un punto rosso e un punto nero che si
stagliano su uno sfondo dal cromatismo irregolare – si oppone la dimensione
relativamente grande del formato: cm 32.5x63.
Le rouge et le noir di Paul Klee è dipinto con colori a olio e ad acquerello su un pezzo di juta preparata a calce. Il quadro ha conservato l’incorniciatura originale, con l’etichetta “le rouge et le noir 1938 T 19” sul verso. Nel catalogo delle opere è menzionato con il numero 319 e classificato tra i mehrfarbige Werke. Le indicazioni sono le seguenti: “T 19 / le rouge et le noir / Öl- und Acquarellfarben / Jute gipsgrundiert”. Le rouge et le noir faceva parte inizialmente della collezione Bürgi, Belp; in seguito è passato alla collezione del prof. Anselmino a Wuppertal, che l’ha lasciato in eredità, nel 1977, al Museo Von der Heydt di Wuppertal. Chi avrà la possibilità di confrontare la riproduzione con l’originale rileverà i limiti della stessa. Su un supporto di dimensioni ridotte, i due punti appaiono relativamente troppo piccoli. Sembra che si abbia a che fare con un effetto complesso di illusione ottica: a causa dell’ampio sfondo “vuoto”, i due punti/figure, che non possono esser messi in rapporto con altri elementi plastici, hanno la tendenza a essere colti sempre nella loro dimensione assoluta.
Le rouge et le noir è classificato da Klee tra i Tafelbilder (quadri), la categoria delle
opere destinate a essere appese al muro. La classificazione, così come la
dimensione eccezionale dell’opera, vanno considerati indizi dell’importanza che
il pittore ha attribuito all’opera in questione. Abbiamo avuto la fortuna di
scoprire un testo che, a nostro avviso, è all’origine del quadro di Klee: un
articolo di Kandinsky, Toile vide,
nel quale viene dapprima descritto il “cerchio nero”, poi il “cerchio rosso”:
Cerchio nero, tuono lontano, un mondo a sé che non pare curarsi di niente, un ritirarsi in sé, una conclusione immobile, un “eccomi” detto lentamente e con un po’ di freddezza. Cerchio rosso, tiene fermo, conserva la posizione, approfondito in se stesso. Nello stesso tempo però esso cammina perché vorrebbe tutti gli altri posti per sé; perciò irraggia al di sopra di ogni ostacolo fino all’angolo più lontano. Lampo e tuono al tempo stesso. Un “eccomi” appassionato.
Il brano citato sembra essere
un’applicazione della tesi proposta dallo stesso Kandinsky nella sua risposta a
un’inchiesta di Christian Zervos, pubblicata nel numero precedente dei «Cahiers
d’Art»:
Il momento dinamico comincia con la giustapposizione di almeno due emozioni: elementi, colori, linee, suoni, movimenti ecc. (il “contrasto”!). “Due suoni interiori”. Qui è da ricercarsi la radice più profonda della composizione.
L’articolo di Kandinsky era stato
pubblicato direttamente in francese, il che spiega perché Klee abbia preso a
prestito il titolo da Stendhal.
La fonte pare dunque indiscutibile, ma la
questione rimane: qual è il valore di una tale scoperta per l’analisi del
quadro? Il contenuto del testo ci informa sul contenuto del quadro? Non è
affatto detto.
Le rouge et le noir di
Klee potrebbe benissimo essere un quadro dipinto contro il quadro immaginario di Kandinsky “Cerchio nero (…) cerchio
rosso …”.
Abbiamo dunque deciso di non utilizzare il testo di Kandinsky
nell’analisi dell’acquerello di Klee.
Occorrerà innanzitutto analizzare il
dipinto e solo in un secondo tempo interrogarsi sulla natura del rapporto tra
il progetto di Kandinsky e l’opera di Klee (la decisione di non utilizzare il
testo di Kandinsky nel prosieguo dell’argomentazione ci è stata tanto più
facile in quanto è stato consultato solo quando l’analisi era già abbozzata).
Il titolo Le
rouge et le noir, che in quanto citazione è dotato di un carattere
“poetico”, intrattiene con il quadro un semplice rapporto di designazione. Si
limita infatti a denominare le due superfici circolari nella loro rispettiva qualità cromatica, quella che sembra, a
prima vista, opporle.
Se accettiamo che a livello plastico – il solo che qui
sia in gioco – ogni testo visivo possa essere analizzato secondo tre dimensioni
complementari – cromatica, eidetica e topologica – il titolo sembrerebbe
rinviare unicamente alla dimensione cromatica, benché al contrasto cromatico
siano legati un certo numero di contrasti eidetici e topologici (alto vs basso, sinistra vs destra, ecc.).
Si potrebbe perciò dire che il titolo ha la
funzione di sottolineare la dimensione cromatica a scapito delle dimensioni
eidetica e topologica; il contrasto cromatico sarebbe “ciò di cui si parla”.
Se la dimensione cromatica può
essere considerata come il soggetto
del processo da analizzare, le due dimensioni complementari, eidetica e
topologica, possono essere i predicati
di questo soggetto, con la funzione di “commentare” il contrasto cromatico
rosso vs nero.
Da qui la nostra
ipotesi che il dipinto Le rouge et le
noir vada analizzato come un discorso duplice, nel quale l’eidetico e il
topologico giocano il ruolo di explicans,
e il cromatico quello di explicandum.
Se quest’ipotesi è corretta, l’eidetico e il topologico dovrebbero ammettere
un’analisi secondo i due piani semiotici (il piano dell’espressione e il piano
del contenuto) e sarebbero dunque, a un primo livello di lettura, portatori di
senso.
2 Due modi di descrizione del colore
Formulata questa prima ipotesi
concernente la struttura semiotica di Le
rouge et le noir, riteniamo utile, prima di affrontare l’analisi,
riflettere sulle possibilità di descrivere il colore, dal momento che un
contrasto cromatico (rosso vs nero)
sembra costituire il soggetto del processo
in questione. Limiteremo le nostre riflessioni sulla descrizione del colore
all’istanza di apprensione ricezione,
la sola pertinente per la nostra analisi.
Se esaminiamo le descrizioni
correntemente utilizzate per definire una tinta
– ossia un’unità cromatica manifestata –, possiamo constatare che esse
ricorrono regolarmente ad attributi di due ordini differenti: alcuni hanno
infatti una funzione puramente tassonomica, altri possiedono invece un
accentuato carattere valutativo. Vediamo un esempio preso a caso da Fromentin:
“Le teste, sanguigne o d’un ardente rosso
mattone, contrastano con i visi bluastri
di una freddezza veramente inattesa”.
Se escludiamo i termini rinvianti a un oggetto (sanguigne, rosso mattone),
che costituiscono un caso particolare complesso, troviamo i due tipi di
attributi menzionati: i termini rosso
e bluastri appartengono al gruppo
degli attributi “neutri”, i termini ardente
e freddezza sono di ordine
valutativo. Sembra dunque possibile postulare per l’istanza di ricezione due
modi di descrizione essenzialmente diversi: 1.
il modo categoriale e 2. il modo
valutativo*:
*(Riprendiamo qui, in una forma un po’ più sistematica, le riflessioni fatte a proposito di Pflanzen-Analytisches. Ci distanziamo dal modello hjelmsleviano delle “tre sostanze” distinguendo due modi di descrizione, categoriale e valutativo. Il modo valutativo non può essere identificato col “livello di giudizi collettivi” di Hjelmslev, che concerne unicamente la sostanza. Per noi le categorie valutative costituiscono una prima dimensione del contenuto, prodotta a partire dal piano dell’espressione di un processo particolare, piano dell’espressione che può essere descritto servendosi del modo categoriale)
*(Riprendiamo qui, in una forma un po’ più sistematica, le riflessioni fatte a proposito di Pflanzen-Analytisches. Ci distanziamo dal modello hjelmsleviano delle “tre sostanze” distinguendo due modi di descrizione, categoriale e valutativo. Il modo valutativo non può essere identificato col “livello di giudizi collettivi” di Hjelmslev, che concerne unicamente la sostanza. Per noi le categorie valutative costituiscono una prima dimensione del contenuto, prodotta a partire dal piano dell’espressione di un processo particolare, piano dell’espressione che può essere descritto servendosi del modo categoriale)
- con modo di descrizione categoriale intendiamo un tipo di descrizione che analizza la tinta secondo un certo numero di categorie dalla funzione puramente tassonomica. La totalità della sostanza cromatica sembra articolarsi in un numero di tinte quasi illimitato; il compito dell’analisi semiotica, e la condizione della sua realizzazione, sarà di costruire queste tinte come figure, nel senso di Greimas, cioè come insieme di tratti cromatici distintivi e pertinenti. È evidentemente impossibile stilare un inventario completo di queste figure. Solo l’analisi di un processo concreto permetterà di isolare i tratti pertinenti, cioè quelli che, all’interno del processo, contribuiscono attraverso il loro gioco differenziale alla creazione del senso. È certo però che questi tratti sono sempre riconducibili a un numero piuttosto ridotto di categorie cromatiche: i radicali cromatici (blu vs rosso vs verde ecc.), la saturazione (saturo vs desaturato), il valore (chiaro vs scuro) e le diverse categorie di materia o di grana (per esempio brillante vs opaco). Si tratta di un inventario ancora provvisorio: il numero delle categorie e le loro denominazioni potrebbero richiedere qualche rettifica
- il modo valutativo possiede una natura semiotica nettamente differente, benché, nei discorsi descrittivi, spesso non venga distinto dal primo. Goethe sembra esser stato il primo, nella sua Farbenlehre (1810), ad averlo considerato come un modo di descrizione particolare. Nel capitolo Azione sensibile e morale del colore nota che quest’ultimo esercita:
un’azione specifica quando (…) sia preso nella sua singolarità, mentre, in combinazione con altri, si tratta di un’azione in parte armonica, in parte caratteristica, spesso anche non-armonica, sempre tuttavia decisa e significativa, che si riallaccia direttamente al momento morale. (§ 758)
Secondo Goethe, il giallo
“possiede una qualità, dolcemente stimolante, di serenità e di gaiezza” (§
766), e “camere che siano tappezzate con un azzurro puro appaiono in certo modo
ampie, ma per verità vuote e fredde (§ 783)”. Gli attributi valutativi
impiegati da Goethe sono per la maggior parte di ordine sinestesico, come nell’esempio tratto da Fromentin (“ardente”,
“freddezza”), e questa sembrerebbe una caratteristica fondamentale del discorso
descrittivo valutativo.
Sappiamo che termini sinestesici
di ordine termico (caldo vs freddo)
sono frequentemente impiegati dai pittori a scopo tassonomico, parallelamente
alle categorie propriamente cromatiche. Ma questi stessi termini, all’interno
di una descrizione valutativa, possono assolvere una funzione diversa: servono
allora a descrivere il contenuto
“affettivo” di un’opera pittorica, così come viene colto a una prima
lettura. I due modi di descrizione dei colori, categoriale e valutativo,
rinviano allora ai due piani del linguaggio. La descrizione categoriale
contribuisce a cogliere il piano dell’espressione
del processo, mentre quella valutativa costituisce una prima dimensione del contenuto, prodotta a partire dal piano
dell’espressione. Il contenuto “affettivo” dei colori si rivela spesso
pertinente per la lettura di un’opera*.
*Siamo
consapevoli che nella pratica descrittiva corrente la distinzione tra questi
due modi non è quasi mai mantenuta, e che i termini valutativi adempiono spesso
anche a una funzione tassonomica. Sostituire una designazione valutativa di
tinta con una combinazione di termini puramente cromatici richiede ogni volta
un notevole sforzo di analisi. Questa constatazione non intende tuttavia
inficiare la possibilità, anzi la necessità teorica di una tale riscrittura.
Bisogna allora domandarsi quale tipo di semiosi colleghi le unità dell’espressione, colte dalla descrizione categoriale, e le unità del contenuto, oggetto della descrizione valutativa. A prima vista, questa relazione sembra essere di natura semisimbolica: a opposizioni di unità di ordine categoriale sono correlate opposizioni di unità di ordine valutativo. Troviamo così correntemente, alla base dei processi visivi, omologazioni quali:
chiaro : scuro :: “allegro” : “triste”
In altri casi il rapporto tra i
due piani, e tra i rispettivi modi di descrizione, sembra più complesso.
Se
ciascuna tinta manifestata può essere analizzata a livello categoriale come una
figura, costituita da una serie di categorie appartenenti a tipi diversi
(radicali, saturazione, valore, materia), la relazione semiotica potrà
stabilirsi tra un’opposizione valutativa semplice e un’opposizione complessa
formata da due “pacchetti” di categorie. Così, due tinte, caratterizzate
entrambe dal radicale /rosso/, possono apparire l’una come relativamente
“calda” (“rosso brillante che dà sul giallo”), l’altra come relativamente
“fredda” (“rosso cupo tendente al blu”): le categorie del livello valutativo
appaiono allora come effetti di senso,
il cui processo di produzione richiederebbe per ciascuna figura cromatica
manifestata un’analisi supplementare*.
*Utilizziamo
qui il concetto di effetto di senso secondo la definizione di Greimas:
“intendiamo con effetto di senso un semantismo confuso, quale è suscettibile di
essere colto in maniera sincretica a un livello qualunque del percorso della
produzione di senso
3 Le relazioni logiche tra radicali cromatici
Nel paragrafo precedente abbiamo
provvisoriamente stabilito che l’analisi secondo il modo categoriale dovrà
basarsi sulle categorie dei radicali,
della saturazione, del valore e sulle differenti categorie
della materia (ad esempio la
brillantezza). Prima di considerare il gioco concorrenziale di questi quattro
registri cromatici nel nostro oggetto di analisi, vorremmo fare qualche
riflessione sull’articolazione logica della categoria dei radicali, che sembra possedere un carattere fondamentale in ogni
sistema cromatico. Per fare questo ci riferiremo al noto studio di Berlin e Kay
(1969), e alle stimolanti critiche rivoltegli da Conklin (1973). Secondo Berlin
e Kay, l’insieme dell’area culturale europea, così come quella semitica,
cinese, giapponese e altre, manifestano la settima e ultima tappa di sviluppo
del lessico cromatico, e dispongono di undici
“termini di base” (basic color terms)
per articolare la totalità della sostanza cromatica. Questi termini, denominati
radicali cromatici, sono designati da
lessemi italiani: nero, bianco, rosso, verde, giallo, blu, marrone, viola,
rosa, arancione, grigio*.
*In
seguito, per ragioni di comodità, utilizzeremo anche il termine generico
“colore” per designare i differenti radicali cromatici. Considerati unicamente
in quanto radicali, i termini che designano i colori saranno riportati tra
barre: /rosso/, /blu/, ecc. Lo scopo delle nostre riflessioni non sarà di
esaminare i fondamenti metodologici, spesso messi in dubbio, del lavoro di
Berlin e Kay. Riprendiamo come ipotesi di lavoro, senza metterla in
discussione, la lista degli undici termini cromatici di base.
Come già constatato, la categoria
di radicali non appartiene allo stesso livello elementare delle categorie della
saturazione e del valore. I differenti radicali definiti da Berlin e Kay non
sono inoltre tutti della stessa natura, ed esistono relazioni di ordine
gerarchico tra i diversi termini: per esempio, i rapporti tra /rosso/ e /blu/
da un lato e tra /rosso/ e /rosa/ dall’altro non sono evidentemente dello
stesso ordine*.
*Potremmo
essere tentati di vedere nell’ordine di apparizione dei differenti radicali,
quale viene postulato da Berlin e Kay (1969), un indice del loro valore
gerarchico. Tuttavia, il carattere profondamente ipotetico di questa teoria e
anche riflessioni di ordine teorico, ci impediscono di farlo: anche ammettendo
la validità del ragionamento genetico di Berlin e Kay, la logica sincronica su
cui si basa l’ultima tappa di sviluppo di un sistema non può essere intesa come
la somma delle articolazioni delle diverse tappe che la precedono.
Cercheremo ora di fornire qualche indicazione – a titolo di ipotesi di lavoro – in vista di una articolazione logica tra i diversi termini. Cominceremo con il ricordare che i nostri criteri di articolazione sono di ordine puramente percettivo (pertinenti dal punto di vista dell’istanza di ricezione) e non si basano su riflessioni di ordine fisico, fisiologico o poietico (per esempio, produzione di tinte tramite mescolanza di pigmenti). Le nostre proposte si avvalgono soprattutto delle osservazioni fatte da Heimendahl (1961).
La categoria della cromaticità, che Heimendahl utilizza,
permette una prima articolazione degli undici radicali. Si potranno così
raggruppare, in un insieme a parte, i termini acromatici /bianco/, /grigio/, /nero/. Nell’insieme complementare
costituito dagli altri otto termini, /marrone/ occupa un posto particolare,
intermedio, tra il gruppo cromatico e
quello acromatico. Lo definiremo semi-cromatico, lasciando per il momento
in sospeso l’interpretazione logica che bisognerebbe dare a questo termine in
rapporto agli altri due (neutro e complesso).
Ne risulta una prima
classificazione:
termini
acromatici: /bianco/
/grigio/ /nero/
termini
semi-cromatici: /marrone/
termini cromatici: /rosso/ /verde/
/giallo/ /blu/ /viola/ /arancione/ /rosa/
I termini acromatici possono
essere articolati secondo una sola categoria, la luminosità, con il /grigio/ in posizione mediana. Questa categoria
funziona anche come arcicategoria, allo stesso livello dei radicali, quando si applica all’insieme delle tinte manifestate (ed
è allora normalmente chiamata valore).
All’interno del gruppo dei termini cromatici, proponiamo di classificare a
parte i quattro “primari psicologici” /rosso/, /verde/, /giallo/, /blu/.
Il posto del /verde/ nei colori
primari è stato contestato. Ciò si spiega con il fatto che la maggior parte
delle teorie fanno indistintamente intervenire, accanto a quelli percettivi,
criteri di ordine poietico (il pittore può ottenere il verde a partire da una
mescolanza – il che non accade per gli altri primari). Hering fu uno dei primi
a segnalare che, a livello percettivo, il /verde/ deve essere considerato come
un colore semplice allo stesso titolo del /rosso/, del /giallo/ e del /blu/.
Hering ha ugualmente dimostrato che i “primari psicologici” cromatici possono
essere messi in serie se a ogni termine si attribuiscono due termini vicini; la
sua proposta parte dall’osservazione che il /verde/, per esempio, può tendere
al /blu/ o al /giallo/, ma non a entrambi contemporaneamente.
Si ottiene così la serie
seguente:
/blu/ — /rosso/ — /giallo/ — /verde/ — /blu/ — /rosso/…
Questa serie, come si vede, è di
natura circolare. È proprio sulla possibilità di “chiudere” la serie dei
termini cromatici primari (corrispondente nella sua forma graduata più o meno
allo spettro solare) che si fondano tutte le rappresentazioni schematiche in
cerchio, triangolo, coni ecc. delle teorie del colore dell’epoca moderna.
Se si rappresenta il cerchio
cromatico secondo il modo graduato, appariranno quattro punti forti o foci, corrispondenti ai “primari” puri.
Come ha già notato Hering, il passaggio da un colore primario all’altro è di
natura logica complessa e graduale. Tra due foci, c’è presenza
concorrenziale, a gradi diversi, dei due colori “primari” vicini, conforme allo
schema:
Possiamo allora constatare che le
due zone di passaggio, che legano il focus /rosso/ al /giallo/ da un lato e al
/blu/ dall’altro, possiedono ciascuna un’articolazione secondaria attraverso un
termine medio complesso, l’/arancione/ e il /viola/. L’/arancione/ è percepito
come apparentato contemporaneamente al /rosso/ e al /giallo/, il /viola/ come
partecipe del /rosso/ e del /blu/. Il /rosso/ possiede dunque una posizione
privilegiata all’interno del gruppo dei quattro “primari”, poiché solo i
passaggi da questo primario ai due vicini possiedono quest’articolazione:
Dobbiamo ancora assegnare un
posto al radicale /rosa/ nel gruppo dei termini cromatici fondamentali. Ci
sembra che esso vada considerato come una variante desaturata del /rosso/. Se questa interpretazione è corretta,
sottolineerebbe, ancora una volta, la posizione privilegiata di questo termine
tra gli undici radicali, poiché soltanto per il /rosso/ la variante desaturata
sarebbe lessicalizzata da un termine semplice (“rosa” vs “blu chiaro”, “verde chiaro” ecc.)*.
*La
posizione inferiore dei termini /viola/, /arancione/ e /rosa/ nella gerarchia
dei radicali si traduce nel fatto che sono i soli ancora linguisticamente motivati dalla referenza possibile a un
oggetto del mondo naturale.
Torniamo ai quattro “primari” cromatici. Se tutti i “termini di base” hanno ora il loro posto all’interno del sistema costruito su un numero ridotto di categorie, questo non avviene per i termini cromatici detti “primari psicologici”. Ci si può chiedere se questi quattro radicali vadano considerati come equipollenti o se non sia possibile individuare un’articolazione supplementare. Il fatto che i quattro termini fondamentali possano essere messi in serie, e che, di conseguenza, ciascuno possegga due termini vicini e uno non vicino, permette di distinguere, per ciascuno di essi, un termine antonimo (la definizione è di Conklin) con il quale non esiste mediazione possibile tramite una manifestazione complessa. Si possono così formare due paia di antonimi tra le sei coppie possibili: /blu/ ↔ /giallo/ e /rosso/ ↔ /verde/.
Per concludere, noteremo che le
relazioni logiche tra gli undici termini fondamentali che abbiamo descritto
forniscono un sistema allo stato virtuale.
Gli undici termini infatti solo raramente sono manifestati nella loro totalità
all’interno di un processo dato. (Sappiamo che esistono manifestazioni
pittoriche che non ne sfruttano alcuno e che mettono in opera i soli registri
della saturazione e della materia)*.
*Per
alcune epoche della produzione pittorica occidentale, sembra possibile
individuare delle “scuole” caratterizzate dall’utilizzo di una particolare
“tavolozza” di tinte. Così, una gran parte della tendenza costruttivista, che
segue in questo il gruppo ‘De Stijl’, si è limitata, per ciò che riguarda le
tinte, all’impiego esclusivo dei termini acromatici /nero/ e /bianco/ e dei tre
primari cromatici /blu/, /giallo/, /rosso/ (senza possibilità di mescolanze). I
pittori di questa corrente, influenzati dai più noti teorici dei colori
(Goethe, Runge, ecc.), considerano questi colori come i soli “puri”.
È questa una caratteristica che distingue le semiotiche visive dalle lingue naturali, giacché, per esempio, il sistema fonologico di qualsiasi lingua è fisso e vincolante per ogni manifestazione e si trova quasi sempre realizzato nella sua totalità.
4 Tinta delle figure - tinta dello sfondo
In una prima approssimazione,
abbiamo descritto il nostro oggetto di analisi come composto di due superfici
circolari – una rossa, una nera – che si stagliano su uno sfondo dal cromatismo
irregolare. La lettura poggia dunque sulla distinzione tra figura e sfondo,
alla quale corrisponde un contrasto accentuato tra due modi di espressione
cromatica. Se le figure manifestano due tinte focali pure, lo sfondo mostra una
tinta impura che non può essere descritta con un solo lessema, ma richiede una
perifrasi quale: “bianco contaminato da toni secondari – rosso, marrone e nero
–, che si manifestano con una densità irregolare, benché continua”. Queste
variazioni, sebbene producano effetti di spazializzazione, non instaurano una
nuova articolazione secondo l’opposizione figura-sfondo. (Questi effetti di
senso spaziali appartengono alla dimensione topologica e saranno descritti in
seguito). Cerchiamo ora di vedere quali sono le funzioni della tinta complessa
dello sfondo in rapporto alle tinte delle figure, il cui contrasto, stando al
titolo, sembrerebbe costituire il “soggetto” del dipinto. A prima vista, la
nostra ipotesi di partenza, secondo la quale ciascuna tinta deve essere
considerata come la manifestazione di una figura
cromatica analizzabile secondo un certo numero di categorie primarie, sembra
essere in contraddizione con il titolo Le
rouge et le noir. Quest’ultimo, infatti, rinvia esclusivamente
all’arcicategoria dei radicali, la
sola pertinente per la lettura dei due elementi-figure nel loro contrasto. In
effetti, la tinta ‘rosso’ e la tinta ‘nero’ presentano lo stesso grado di
saturazione e una stessa materia. Tuttavia, esiste una differenza di valore tra le due tinte, essendo il
rosso un colore più chiaro del nero. Troviamo qui una prima ragione delle
“irregolarità” nel trattamento cromatico dello sfondo. Attorno al punto rosso,
lo sfondo è più chiaro, cosicché i contrasti di valore tra ciascuno dei due
punti e la parte di sfondo sulla quale si stagliano sono sensibilmente gli
stessi. Guardare le tinte solo secondo la categoria dei radicali è
un’astrazione, ed è precisamente a quest’astrazione che il dipinto – e non solo
il suo titolo – invita.
Nel paragrafo precedente abbiamo
cercato di descrivere le relazioni logiche che esistono tra gli undici radicali
cromatici. Rispetto alle categorie cui abbiamo fatto riferimento, il /rosso/
appartiene al gruppo dei termini cromatici, il /nero/ al gruppo dei termini
acromatici. È dunque la categoria della cromaticità
(cromatico vs acromatico) a essere
realizzata dal processo in questione. Abbiamo anche visto che il /rosso/ occupa
una posizione particolare all’interno dei termini cromatici. È il solo radicale
la cui variante desaturata venga lessicalizzata da un termine semplice (il
radicale /rosa/) e le cui manifestazioni complesse con i due termini vicini,
all’interno della serie dei quattro primari, vengano individuate come radicali
(/viola/, /arancione/). Altrettanti indici, questi, del fatto che il /rosso/
costituisca il termine cromatico marcato
rispetto a tutti gli altri: “il colore” per eccellenza*.
*Il
‘rosso’ viene spesso caratterizzato in questo modo nei trattati dei colori.
Cfr. ad esempio Koch: “es ist ‘die’ Farbe, die eigentliche Farbe” e Heimendahl:
“Rot ist die wirklichste bunte Farbe”. È ugualmente interessante notare che
secondo le tesi di Berlin e Kay, il /rosso/ compare come il primo radicale del
gruppo dei cromatici all’interno del modello genetico (tappa I: /nero/,
/bianco/; tappa II: /nero/, /bianco/, /rosso/).
Il /nero/ non sembra occupare una
posizione analoga all’interno del gruppo dei radicali acromatici /bianco/,
/grigio/, /nero/. Ma alcuni tratti, a un altro livello, indicano che il /nero/
va considerato come il termine marcato della serie. Nella produzione artistica
occidentale, infatti, il ‘nero’ appare quasi sempre legato alla presenza
materiale, mentre il bianco è legato all’assenza (il foglio bianco “vuoto”). È
sotto questo aspetto che il ‘nero’ viene percepito all’interno del nostro
processo, e si potrebbe dunque dire che attraverso il ‘rosso’ e il ‘nero’ si
oppongono, per delega, il colore e il
non-colore.
Il radicale principale della
tinta dello sfondo è il /bianco/, che secondo la categoria della luminosità o valore si trova al polo opposto del /nero/. Si capisce ora perché
lo sfondo non possa manifestare il solo radicale /bianco/.
Sotto questa forma,
intratterrebbe, a spese del punto rosso, una relazione privilegiata con il
radicale della figura ‘nera’, poiché entrambi appartengono al gruppo dei
termini acromatici.
Riassumiamo le nostre
osservazioni sulle funzioni del cromatismo complesso dello sfondo in rapporto
alle tinte semplici delle figure:
i. la tinta dello sfondo ha lo scopo di incentrare
la comparazione tra le tinte dei due elementi
figure sulla sola categoria dei
radicali;
ii. il cromatismo dello sfondo è stato scelto in
modo da non stabilire alcun rapporto
privilegiato con nessuna delle due figure.
Nella sua forma cromatica
specifica, lo sfondo appare dunque come un dispositivo complesso di equilibratura. Il rapporto di equilibrio
tra i due elementi-figure rappresenta innanzitutto una condizione della loro
comparabilità, ma, su un piano più generale, può costituire un aspetto del
significato del quadro. Una parte importante della produzione non figurativa
contemporanea è caratterizzata dalla ricerca di rapporti di equilibrio. Nelle
ultime opere di Mondrian, per esempio, il senso sembra innanzitutto il prodotto
di un effetto globale di equilibrio a partire da elementi che manifestano
contrasti eidetici e cromatici netti*.
*Il
termine “equilibrio” è impiegato dallo stesso Mondrian nei suoi scritti.
In una prospettiva semiotica generale, questa ricerca di un equilibrio a partire da elementi contrastivi può essere considerata, ci sembra, come una nuova modalità di manifestazione del pensiero mitico così come lo definisce Lévi-Strauss (1958). Il pensiero mitico non avrebbe dunque necessariamente bisogno, per manifestarsi, di ricorrere alle figure del mondo*.
*Non
disponendo ancora di strumenti di analisi sufficientemente sviluppati, non
approfondiremo quest’aspetto semiotico dell’opera. A nostro avviso, sulla
ricerca dell’effetto di senso “equilibrio” si potrebbero fare, per la
dimensione eidetica, osservazioni simili (benché i due elementi-figure siano
disposti diversamente all’interno della superficie del quadro, nessuno dei due
si trova in una posizione privilegiata rispetto all’altro)
5. L'ipotesi riformulata
L’analisi del titolo ci ha
portato a ipotizzare che Le rouge et le
noir costituisca un discorso sul colore, nel quale le dimensioni eidetica e topologica
fungerebbero da explicans, e la dimensione cromatica da explicandum. Prima di continuare
l’analisi del processo, ci sembra utile precisare, per quanto è possibile, i
rapporti semiotici tra la dimensione cromatica e la doppia dimensione
eidetica/topologica, chiamati a svolgere ciascuna una funzione discorsiva
indipendente. Se la dimensione eidetica/topologica costituisce l’explicans, ne consegue che questo livello
deve poter funzionare come un linguaggio in sé, con i suoi due piani
dell’espressione e del contenuto. Questo modo di funzionamento sarà possibile,
a nostro avviso, solo se la “sostanza semiotica immediata”, il livello valutativo della dimensione eidetica/topologica,
verrà considerata come piano di contenuto,
e il livello categoriale come piano
dell’espressione. L’explicandum sarebbe la dimensione
cromatica, più precisamente il suo contenuto, cioè il contrasto cromatico letto
a livello valutativo. Siamo così portati a considerare il processo in questione
come un discorso che si sviluppa su due livelli, ciascuno costituito da un
piano dell’espressione e da un piano del contenuto, secondo lo schema seguente:
Ipotizziamo, inoltre, che i
contenuti valutativi delle due dimensioni di discorso siano identici: il primo
(quello della doppia dimensione eidetica/topologica) leggibile, il secondo (quello della dimensione cromatica) sconosciuto.
Ci si può chiedere se il discorso
visivo, attraverso questo sdoppiamento, non assolva quella funzione
metadiscorsiva che, secondo Benveniste, sarebbe appannaggio del solo discorso
verbale. La risposta a questa domanda sarà affermativa se si intende la
funzione metadiscorsiva nel senso ampio di definizione
per perifrasi. Non c’è infatti differenza formale tra la struttura
semiotica che abbiamo postulato per Le
rouge et le noir e quella che permette di definire un’unità di espressione
dal significato sconosciuto tramite il ricorso a un’unità linguistica il cui
significato sia conosciuto. Il parallelo con la perifrasi è confermato, lo
vedremo, dal fatto che l’explicans
possiede una forma analitica (molteplicità di contrasti eidetici e topologici),
l’explicandum una forma sintetica
(contrasto tinta ‘rossa’ vs tinta
‘nera’). La risposta sarà invece negativa se la funzione metadiscorsiva viene
intesa nel senso stretto di Hjelmslev, che definisce la metasemiotica come una
semiotica “il cui piano del contenuto è una semiotica” (costituita dunque da
due piani), poiché il discorso eidetico non potrà parlare che del contenuto del discorso cromatico.
Tuttavia, se si ammette la nostra ipotesi sulla struttura semiotica di Le rouge et le noir, si riconoscerà qui
un procedimento di apprensione della significazione attraverso un’operazione di
transcodifica, che secondo Greimas va
considerata come il solo mezzo per far apparire il senso. Ciò significa che,
almeno per una volta, sarà stato possibile parlare della significazione del
dipinto senza chiamare in causa il linguaggio verbale.
6. "Rosso” e “nero” valutati
Secondo il modello che abbiamo
abbozzato, Le rouge et le noir
costituirebbe dunque un metadiscorso sul contrasto cromatico ‘rosso’ vs ‘nero’ che si serve di molteplici
mezzi di espressione eidetica e topologica, i quali, letti a livello
valutativo, esprimerebbero il contenuto di questo contrasto, vero soggetto del
quadro. Prima di passare all’analisi della doppia dimensione
eidetica/topologica, sarà utile riportare alcuni brani di Kandinsky che danno
una descrizione valutativa dei due colori, e possono perciò essere considerati
come un’ipotesi sul contenuto dell’oggetto di analisi. Se il nostro modello
della struttura semiotica del quadro è valido, la lettura valutativa dei
contrasti eidetici e topologici che intraprenderemo nell’ultimo paragrafo
dovrebbe corrispondere alla lettura valutativa dei colori “rosso” e “nero”
fornita dal testo di Kandinsky.
Converrà porre attenzione a un
fatto che a prima vista sembra un’anomalia semiotica. Come ha dimostrato
Greimas nel suo modello della struttura elementare della significazione, il
senso può nascere solo a partire da una differenza, colta al momento del
confronto tra due elementi la cui comparabilità è assicurata dalla ricorrenza
di qualità comuni. Nel caso della percezione dei colori a livello valutativo,
questa regola fondamentale pare essere infranta. Ogni colore sembra poter
significare in sé e al di fuori di qualsiasi contesto. Così Kandinsky può, per
esempio, definire il ‘giallo’ come un colore “caldo”, che “eccita” e che “si
avvicina all’osservatore”. Ci si accorge tuttavia facilmente che, se si può
teoricamente applicare a unità di espressione isolate, la lettura valutativa
utilizza un sistema di valutazione in
absentia, composto di aggettivi e perifrasi, che possiede esso stesso un
carattere differenziale: a “caldo” si oppone “freddo”, a “eccitare”
“tranquillizzare”, e ad “avvicinarsi” “allontanarsi”. Questa particolarità, che
si osserva nella modalità di significazione dei colori a livello valutativo, è
a nostro avviso caratteristica di tutti i linguaggi
di connotazione.
Non presupponiamo, facendo questo
accostamento tra lettura valutativa e concetto di connotazione, che esso possa
avere una qualche funzione esplicativa. In effetti, le nostre conoscenze
attuali sul modo di funzionamento dei linguaggi connotativi sono ancora scarse.
Speriamo, al contrario, che l’analisi dei colori a livello valutativo potrà
arricchire e precisare le nostre conoscenze sulla connotazione*.
*Il
nostro impiego del concetto di “connotazione” si distingue dalla definizione
stretta di Hjelmslev, per il quale un linguaggio di connotazione si innesta su
un sistema semiotico completo (dotato di due piani), che esso assume come piano
dell’espressione. Qui proponiamo di ridefinire il concetto di linguaggio di
connotazione in un senso attenuato. Il piano dell’espressione del linguaggio
connotativo non sarebbe necessariamente costituito da un linguaggio, come per
Hjelmslev, ma potrebbe essere fornito da un piano isolato all’interno di un
linguaggio. Su questa problematica cfr. Greimas, Courtés (1979) alla voce “connotazione”.
Le descrizioni dei colori di Kandinsky (1912) sono tra quelle che meglio trattano il livello valutativo. Citeremo alcuni stralci riguardanti il ‘rosso’ e il ‘nero’:
Il rosso, così come ce lo immaginiamo, come colore tipicamente caldo, senza limiti, agisce interiormente come un colore assai vivace, acceso, inquieto (…). Il rosso caldo chiaro (rosso di Saturno) ha una certa somiglianza col giallo medio (contiene anche, sotto forma di pigmento, una quantità abbastanza grande di giallo) e suscita una sensazione di forza, energia, tensione, decisione, gioia, trionfo (puro), ecc. In campo musicale ricorda anche il suono delle fanfare in cui sia presente anche la tuba: tono ostinato, molesto, forte*.
*Interessante constatare che il paragone del “rosso
scarlatto” con il suono della tromba si trova anche in Locke: “Uno studioso
cieco, che si era molto affaticato la mente intorno agli oggetti visibili, e
aveva fatto uso delle spiegazioni date dai suoi libri e dai suoi amici per
intendere quei nomi della luce e dei colori che aveva così spesso uditi, si
vantava un giorno di avere ormai capito che cosa significasse scarlatto. Al
che, avendo chiesto un amico suo che cosa fosse lo scarlatto, il cieco rispose
che era come il suono di una tromba”.
A proposito del nero:
E come un nulla privo di possibilità, come un morto nulla dopo lo spegnersi del sole, come un eterno silenzio senza futuro e senza speranza risuona interiormente il nero. Esso può essere rappresentato musicalmente come una pausa conclusiva, dopo la quale un’eventuale prosecuzione si presenta come l’inizio di un nuovo mondo, poiché ciò che è stato concluso da questa pausa è per sempre finito, compiuto: il cerchio è chiuso. Il nero è qualche cosa di spento, come un rogo combusto fino in fondo, qualche cosa di inerte come un cadavere, che è insensibile a tutto ciò che gli accade intorno e che lascia che tutto vada per il suo verso. È come il silenzio del corpo dopo la morte, dopo la conclusione della vita. È questo, esteriormente, il colore meno dotato di suono, sul quale perciò ogni altro colore, anche quello che ha il suono più debole, acquista un suono più forte e preciso.
Possiamo constatare che nella
descrizione del ‘nero’ buona parte delle espressioni valutative caratterizzanti
il ‘rosso’ riappare nella forma opposta
(contraria o contraddittoria). Da molti punti di vista, il ‘nero’ può essere
considerato come un antonimo del
‘rosso’. La lista seguente riassume in modo schematico alcune caratteristiche
essenziali contenute nelle descrizioni di Kandinsky*.
*Heimendhal
riconduce al termine “Gefühlsbestimmung” un numero impressionante di letture
valutative. Per quel che riguarda il ‘rosso’, le caratterizzazioni dei diversi
autori sono molto vicine tra loro, e coincidono in generale con quella di
Kandinsky. Sfortunatamente, il ‘nero’ manca il più delle volte dalle liste.
I termini che nei due testi si
trovano, direttamente o indirettamente, in un rapporto di opposizione sono
riportati in corsivo. Si potranno così prevedere, a titolo ipotetico, i
concetti che dovrebbero riapparire, almeno parzialmente, nella descrizione
valutativa dei livelli eidetico e topologico del quadro, se è vero – come
supponiamo – che questi due livelli esprimono il contenuto valutativo del
‘rosso’ e del ‘nero’ nel loro contrasto.
7. L'omologazione
forma-colore in Kandinsky e Klee
La nostra ipotesi
sull’organizzazione semiotica del dipinto Le
rouge et le noir si fonda sulla possibilità di una lettura indipendente
delle dimensioni della “forma” (eidetica/topologica) e del “colore” (cromatica)
e sul postulato che, in una seconda tappa, le categorie eidetiche e topologiche
siano omologabili, attraverso una lettura valutativa, alle categorie
cromatiche. Quest’idea di un rapporto di omologazione tra le dimensioni
costitutive di ogni processo visivo viene spesso sviluppata negli scritti
teorici di Kandinsky, ma appare solo fugacemente negli scritti di Klee. Nei
testi di Klee pubblicati finora, egli ne accenna solo in una frase, nel
resoconto di una lezione all’Accademia di Düsseldorf (dove Klee insegnò dal
1931 al 1933) fatto da Petra Petitpierre. Alla fine della critica di un lavoro
di un studente, Klee riassume: “sarebbe dunque in un certo senso una
corrispondenza tra la forma e il colore”*.
*“… das wäre in gewissem Sinne
eine Uebereinstimmung von Form und Farbe” (Petitpierre 1957)
Prima di proseguire l’analisi, ci
sembra utile riportare alcuni brani di Kandinsky, in cui il pittore tratta
delle corrispondenze tra forma e colore. Già nel 1912, Kandinsky constatava che
molti colori vengono sottolineati nel loro valore da talune forme e smorzati da altre. Colori acuti vengono sempre esaltati, acquistano un suono più acuto, quando sono associati a una forma acuta, ad esempio il giallo associato al triangolo. I colori che tendono all’approfondimento vedono questa tendenza accentuata da forme tondeggianti, ad esempio il blu associato al cerchio.
Questa osservazione verrà
sistematizzata in un lungo brano del trattato Punto e linea nel piano (1926, pp. 42-49), in cui l’artista
attribuisce a ogni “angolo tipico” un colore particolare (acuto = giallo, retto
= rosso, ottuso = blu) e in cui stabilisce, sulla stessa base, un’omologazione
tra forme primarie e colori primari (triangolo: giallo,
quadrato: rosso, cerchio: blu)*.
*C’è
un passaggio, nella parte non pubblicata degli scritti pedagogici di Klee, in
cui, a una serie di termini di colore, è correlata una serie di figure
geometriche. È sorprendente constatare che alcuni tra i rapporti forma-colore
sono identici o molto simili a quelli di Kandinsky. In Klee: triangolo per
‘giallo’, quadrato per ‘rosso’, ellisse per ‘blu’ (cfr. il quaderno 9/48, pp.
113-115, conservato dalla Fondazione Paul Klee del Kunstmuseum di Berna). Le
figure geometriche, tuttavia, dovrebbero funzionare come modelli esplicativi
delle sfumature (possibilità di schiarimento o assorbimento delle tinte). La
parentela delle forme proposta dai due pittori non sembra però dovuta al puro
caso, poiché Klee stesso constata, esplicitamente, la somiglianza del suo modello
con quello di “Meister Kandinsky”. (Questo passaggio negli scritti non
pubblicati di Klee mi è stato segnalato da Christian Geelhaar, direttore del
Kunstmuseum di Basilea).
Il pittore russo stabilisce questi accostamenti sulla base di “risonanze” comuni (noi diremmo valutazioni comuni) a certe forme e a certi colori. Nel passo del 1912, Kandinsky parla già di “colori acuti [che] vengono sempre esaltati, acquistano un suono più acuto, quando sono associati a una forma acuta”. Gli appunti per la lezione del 24 novembre 1925 si concludono con uno schema in cui nozioni d’ordine tematico funzionano come relé tra categorie eidetiche e cromatiche:
Parentela tra forme e colori.
Acuto = caldo = giallo.
Ottuso = freddo = blu.
In mezzo = angolo retto =
caldo-freddo = rosso
Kandinsky, in questi scritti,
stabilisce unicamente comparazioni tra certi termini cromatici focali e alcune
particolari categorie eidetiche (angolo acuto, retto, ottuso e figure
geometriche semplici, caratterizzate da certi tipi di angoli), insomma
categorie che corrispondono alla nozione ingenua di “forma”, ma non cerca mai
di mettere sistematicamente in rapporto la sfera cromatica e quella eidetica e
topologica.
8. Inventario dei contrasti eidetici e topologici
Cercheremo ora di stilare un
inventario completo dei contrasti eidetici e topologici degli elementi ‘rosso’
e ‘nero’, prima di passare all’individuazione del contenuto valutativo dei
contrasti che, secondo la nostra ipotesi, potrà essere considerato come il
significato del contrasto cromatico ‘rosso’ vs ‘nero’, messo in luce
dall’operazione di transcodifica. Le
rouge et le noir ricorre a un gran numero di categorie eidetiche e
topologiche: il contorno, la posizione e l’inserzione nello schema assiale del formato. A queste categorie
eidetiche e topologiche aggiungeremo una categoria complessa d’ordine
cromatico, il cromatismo dello sfondo,
che produce, come vedremo, effetti di senso spaziali, e verrà dunque trattata
con le categorie topologiche.
Il formato di Le rouge et le noir è un rettangolo
allungato nel senso della larghezza. Il rapporto tra lati orizzontali e lati
verticali è quasi di 2 a 1. Questa particolarità fa sì che la superficie
pittorica si presti a essere suddivisa in due quadrati giustapposti. Si potrà
così distinguere una parte sinistra della superficie che include l’elemento
rosso (entrambi – lo sfondo e il suo elemento – verranno designati d’ora in
avanti con la lettera R) e una parte destra con l’elemento nero, designati con
la lettera N. Segnaliamo che la nostra lettura si situa a livello sintagmatico
in senso stretto: registra i contrasti manifestati dalla “parte R” e dalla
“parte N” unicamente in sincronia. Non passeremo a una lettura temporalizzata.
Il processo in questione non comporta indici che richiedano una lettura a
questo livello più superficiale.
9. I contrasti eidetici e topologici valutati: il significato
I contrasti eidetici e topologici
classificati nelle categorie inserzione
e cromatismo dello sfondo presentano
caratterizzazioni quasi identiche. Possiamo globalmente ricondurle
all’opposizione “vario” (irregolare, eccentrico, modulato), proprio della parte
R, vs “uniforme” (regolare, non
eccentrico, omogeneo), proprio della parte N. Questa coppia di aggettivi
antonimi comporta già in qualche modo un carattere valutativo, che potremmo
esprimere in maniera più diretta con l’opposizione “dinamico” vs “statico”. Arriviamo così
all’omologazione seguente*:
*Questa
valutazione contrastiva potrebbe ugualmente essere espressa da termini a
carattere più nettamente simbolico, quali “vivo” vs “morto”. Aust (1977) ha visto in Le rouge et le noir di Klee una visualizzazione
dell’incompatibilità dei principi contrari della ‘vita’ e della ‘morte’. Una
tale lettura simbolica conduce tuttavia necessariamente a una riduzione del
processo in questione, poiché non rappresenta che una delle possibili
interpretazioni.
Tra le categorie della posizione, una valutazione del contrasto sinistra vs destra ci sembra impossibile. Questo
contrasto sembra essere senza significato al di fuori di una lettura orientata,
cioè temporalizzata. Il caso dell’opposizione della verticalità è differente.
Il contrasto alto basso è nettamente
valorizzato nelle nostre abitudini di lettura. Noi proponiamo di riprendere
l’omologazione corrente:
R : N :: alto
: basso :: “leggero” : “pesante”
Più complicato sembra essere il
caso del contrasto dei contorni,
allungato (R) vs appiattito (N), che
si trova legato all’orientamento verticale. Abbiamo anche constatato che lo
schiarimento del fondo attorno all’elemento R si presenta nella forma di una
striscia verticale. La somma di questi due tratti concorre a produrre un
effetto di senso “dinamismo orientato”; si potrebbe considerarlo come una
specificazione del valore “dinamico” che sembra caratterizzare il campo R.
L’elemento-figura ‘rosso’ appare come un attore dotato della competenza del
movimento. Sembra in grado di spostarsi nella direzione della verticale, più
precisamente dal basso verso l’alto, poiché possiamo considerare la posizione
eccentrica (verso l’alto) come il risultato di un movimento “ascendente”. A
quest’effetto di senso di dinamismo orientato secondo l’asse verticale, possono
aggiungersene altri, meno marcati. Mentre l’elemento ‘nero’ sembra ancorato
alla superficie dal valore relativamente più scuro, il punto ‘rosso’, grazie
alla banda più chiara e come “vuota” sulla quale è dipinto, sembra “librarsi
nello spazio” e dà l’impressione di “avvicinarsi allo spettatore”, per
riprendere l’espressione di Kandinsky. Riassumendo, possiamo dire che il campo
R, dunque il colore rosso, appare
come “dinamico e leggero”; l’elemento ‘rosso’ sembra “muoversi” (più
specificamente verso l’alto). Per la parte N, tutte queste valorizzazioni
appaiono come negate. Questo risultato della lettura dei contrasti eidetici e
topologici a livello valutativo corrisponde nelle sue parti essenziali alle
caratterizzazioni dedotte dalla lettura valutativa dei colori ‘rosso’ e ‘nero’
per Kandinsky. Si trova così confermata la nostra ipotesi di lettura: il
contenuto dei contrasti eidetici e topologici in Le rouge et le noir deve essere considerato come una determinazione
metadiscorsiva del contenuto del contrasto cromatico ‘rosso’ vs ‘nero’. È arrivato il momento di
interrogarci sul rapporto tra la descrizione del contenuto quale risulta
dall’analisi e il contenuto del testo di Kandinsky che era all’origine del quadro
di Klee. Possiamo constatare che i due contenuti sono essenzialmente identici.
Nel piccolo testo di Kandinsky il ‘nero’ viene ugualmente caratterizzato con
termini negativi (“lentamente” – “freddezza”), mentre il ‘rosso’ è definito
dall’aggettivo “appassionato”. Quanto alla categoria del movimento (statico vs dinamico) che è servita a opporre le
parti ‘nera’ e ‘rossa’ del quadro, la ritroviamo nei due paragrafi del testo
“Toile vide etc.”, ma in una forma complessa. Il ‘nero’ è caratterizzato
dall’assenza di movimento (“conclusione immobile”) e dalla virtualità di un
movimento concentrico (“ritirarsi in
sé”), il ‘rosso’ dall’assenza di movimento (“conserva la posizione”) e dalla
virtualità di un movimento eccentrico
(“vorrebbe tutti gli altri posti per sé … irraggia”). Questa definizione
complessa del testo di Kandinsky attribuisce ai due colori un carattere
ambivalente che l’analisi non ha evidenziato, ma che non sembra estranea al
quadro di Klee, dal momento che il dipinto appare come un oggetto statico ma
capace di generare effetti di senso dinamici. Le coincidenze vanno ancora
oltre, e non riguardano solo i contenuti rispettivi del testo e del quadro, ma
anche le loro forme discorsive. Così come i due paragrafi di Kandinsky “Cerchio
nero (…). Cerchio rosso …” appartengono al metalinguaggio sul colore, il quadro
dalla forma bipartita di Klee presenta una struttura metadiscorsiva.
Le rouge et le noir di Paul Klee è un’opera che si dà come oggetto
lo studio di uno dei propri mezzi espressivi. Alla domanda “qual è il senso di
questi colori?” il quadro chiede a tutto ciò che non è colore di dare una
risposta. Possiamo così considerare Le
rouge et le noir come un doppio interrogativo sulla pittura non figurativa:
come essa produce senso, e qual è la natura di questo senso?
Questo tipo di espressione
pittorica, in tutte le sue variazioni, si fonda sul postulato dell’esistenza di
una significazione che non è legata all’evocazione delle figure del mondo.
Kandinsky, nei suoi scritti teorici, ha spesso tentato di descrivere la
dimensione significante inerente agli elementi primari della pittura. Ma nel
suo tentativo di giustificazione ricorreva al linguaggio naturale, e non al
linguaggio visivo, del quale pretendeva di dimostrare l’autonomia. Nella sua
risposta a Kandinsky, Klee ha scelto un’altra via, la sola veramente adeguata:
ha chiesto alla pittura stessa di dimostrare la sua indipendenza semiotica.









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