RADICAL CHIC
Radical chic:
in origine definizione a effetto per indicare una certa borghesia di
sinistra, militante, sicura della propria superiorità intellettuale,
sensibile alla causa delle fasce deboli, ma avvezza a una trincea
fatta di comfort e privilegi,
ostriche e champagne.
Tom
Wolfe, nel suo celebre
romanzo del 1970, introduceva il termine e lo consegnava alla storia:
i radical chic erano i tipici “rivoluzionari da salotto“,
antimilitaristi, hippy, mondani, figli di controculture ribelli e di
un consumismo che macinava insieme segni della contestazione e segni
del mercato.
Oggi
la locuzione ha cambiato pelle. Si è
espansa, corrotta, consumata,
banalizzata. E coincide con una martellante affermazione
d’intolleranza mista a sfottò: piegato alle nuove idiosincrasie
nazionaliste, consegnato al solito manierismo lessicale,
l’appellativo tossico lo si vomita all’infinito, tra social,
blog, tweet, post a tema politico e di costume. Radical
chic non è più solo il
bobo parigino,
borghese bohémien colto, elegante, snob, tanto elitario quanto
engagè, con un bel carico di ipocrisia. Oggi il radical chic –detto
indifferentemente anche buonista–
è chiunque manifesti un approccio tollerante e inclusivo, improntato
ai diritti umani e civili; chiunque condanni l’idea dell’odio
come collante sociale, le indigeste marmellate di fake news e slogan
acchiappa-like, il ritorno di retoriche fasciste e la costruzione di
bersagli a misura di masse confuse, rabbiose. Chi è allergico a
bufale, ruspe, finte misure di giustizia sociale e pretestuose
crociate contro lo straniero, si merita lo stigma. L’ignoranza?
Pure quella può farsi status symbol, se i libri diventano armi del
sistema, se la scuola è venduta, se la scienza è corrotta. In fondo
i signori che hanno governato per decenni il Paese –dicono–
devastandolo e lasciandolo in mutande, erano tutti professoroni.
Capire il popolo non sarà più facile per l’uomo qualunque, per il
mediocre, per chi ha scelto l’università della strada? Che si sia
ghettizzato da solo o che sia stato sacrificato sull’altare
populista, l’intellettuale è ormai una figura grigia, grottesca,
asservita, antipatica, minoritaria. Peggio del compagno secchione da
bullizzare. Questo si scorge sul fronte anti buonista, fra le macerie
di una crisi politico-culturale che i radical chic –quelli veri,
quelli di ieri– hanno certo contribuito a generare. Nessuno è
assolto, anzi. E però, il senso delle cose e delle parole cambia.
Essere un po’ radical
chic oggi è una medaglia?
Non proprio, ma quasi. Il significato si apre a nuove sfumature e
declinazioni, persino positive. Così come l’accusa di buonismo ti
separa, sembrerebbe, da chi invoca proiettili per i bambini Rom e
annegamenti per i disperati sui barconi. L’odore del sangue eccita
certuni, terrorizza certi altri, com’è nella natura umana. E
intanto la soglia dell’indignazione si alza, nell’impallidirsi di
coscienza e senso del pudore, a beneficio dei pochi che orientano
voti, dibattiti, destini. La questione dei migranti è cruciale. È
lì soprattutto che si gioca la partita tra radical chic e patrioti
social, tra buonisti e cattivisti, tra chi urla “prima gli
italiani” e chi ripete “prima le persone”. Conflitto a volte
autentico, a volte di maniera. Utile ad attrarre consensi e a
spostare l’attenzione da altri temi, da altri bersagli. Il progetto
politico è studiato nel dettaglio. E in Rete, in tv, sui giornali,
si consuma una guerra all’ultima provocazione, inseguendo da una
parte e dall’altra il posizionamento più esplicito, pseudo
ideologico, fintamente identitario. Politica poca, comunicazione
tantissima. Propaganda di più. Il fronte governativo, quello
che oggi incarna il potere e la cultura dei muri, si scontra con
l’opposizione che tutto punta – nella sua debacle politica e
debolezza comunicativa – su argomenti di natura sociale, facendone
bandiera. Il mondo della creatività e dell’impegno civile
risponde, come sempre, sfruttando soprattutto il web. Caso mediatico
è stata la campagna lanciata il 7 luglio scorso da Libera,
l’associazione anti mafia guidata da Don
Luigi Ciotti:
un’azione collettiva, nell’estate dei porti chiusi e del pugno
duro, per ricordare che un’Italia diversa esiste, non rassegnata al
cinismo e alla perdita d’umanità. Indossare una maglietta rossa
–la stessa dei tanti piccoli migranti annegati– e darne
testimonianza sui social diventava occasione di condivisione emotiva
e culturale, per un’alleanza consumata sul piano prezioso dei
simboli e dei rituali.
Non senza il rischio della retorica mediatica,
della partigianeria à la page, della superficialità da flash-mob.
In ogni caso, campagna riuscita, che ha dominato il dibattito per
giorni. Niente di più adatto per sparare a raffica contro i
portatori sani di buonismo: “facile per un radical-chic col Rolex
difendere profughi e disperati”! Dal fronte leghista, populista,
grillino e di estrema destra, l’attacco è stato unanime. Un
ritornello talmente trendy che la premiata ditta J-Ax-Fedez
ci aveva già
intitolato un disco nel 2017, “Comunisti col Rolex”, boom di
copie vendute.
“E allora li ospitino a casa loro!” è la
frase jolly a corredo di ogni discussione, dimenticando che i
concetti di ‘Stato’, ‘tasse’, ‘servizi’, coincidono con
quello di ‘delega’ da parte della collettività: a malati,
poveri, profughi e bisognosi deve pensarci il pubblico, per conto del
privato. Che poi una persona benestante possa condurre battaglie per
gli ultimi, custodendo determinati valori, dovrebbe essere
un’ovvietà. Comprovata da una infinità di esempi storici, tra
intellettuali, filantropi, mecenati, attivisti, politici e
rivoluzionari, tutt’altro che straccioni. Bella l'iniziativa "Solo in cartolina" che ha chiesto a designer,
illustratori e grafici di progettare immagini sulla questione porti e
accoglienza, da spedire a Matteo
Salvini in aperta
polemica con le sue posizioni: ‘Vedranno l’Italia solo in
cartolina’, aveva detto il Ministro, riferendosi ai profughi. La
campagna risponde con immagini forti, gonfie di ironia e di amarezza,
mixando il classico tema balneare alla tragedia dei naufragi. Alcune
davvero eccellenti. Obiettivo: recapitarne almeno 10mila.
E a
proposito di reazioni in punta di creatività, nel cuore dell’aspra
contesa, tante sono le vignette apparse sui giornali e rilanciate fra
Twitter e Facebook. Tra tutte ne citiamo una, firmata da Mauro
Biani per Il
Manifesto. Graffiante, con
dolcezza. Una dedica al cestita spagnolo Marc
Gasol, definito qui
“radical chic” ancora una volta tra ironia e orgoglio, ribaltando
l’originaria accezione dispregiativa. Il campione, ritto in mezzo
al mare, tiene sulle spalle un bambino africano e lo aiuta a fare
canestro. Lo spunto arriva dall’ultimo naufragio al largo della
Libia, là dove morirono madri e figli, e dove l’unica superstite
fu Josepha, i cui occhi di terrore hanno bucato, clamorosamente, il
muro d’indifferenza generato dall’odierna anestesia visiva: Gasol
era là, con i volontari della Proactvia Open Arms, a prestare
soccorso. Eroico.
E
non poteva mancare il re delle provocazioni, in fatto di campagne
mediatiche e di cronaca scottante. Oliviero
Toscani lancia a fine
giugno una nuova campagna pubblicitaria Benetton. Due splendidi
scatti, rispettivamente di Kenny
Kaprov e Orietta
Scardino, dedicati
alle lunghe traversie dei migranti irregolari: un gruppo di uomini,
con indosso i noti giubbotti salvagente, è ammassato a bordo di un
gommone di Sos Méditerranée; una volontaria della Croce Rossa
accoglie donne e bambini, appena scesi da una nave. Lo stile è
inconfondibile: temi e immagini forti, rubati all’attualità più
aspra e usati come strumento di comunicazione. E così da un lato
vendere, con manifesti shock a favore di marketing, e intanto far
discutere, alimentare il dibattito, stare sul pezzo, schierarsi,
denunciare. Sfruttamento del dolore a fini commerciali, o utilizzo di
un super marchio per amplificare argomenti cruciali? La questione è
antica e segna tutta la carriera del noto fotografo e art director.
Per Salvini non c’è dubbio: “Solo
io trovo che sia squallido?”,
scrive su Twitter scatenando migliaia di reazioni. La replica di
Toscani non si fa attendere: “Ho
fatto vedere ciò che sta succedendo. Il problema è che una volta
eravamo un Paese di brave persone, eravamo un Paese dell’onestà e
della generosità. Noi italiani eravamo conosciuti per questo.
Purtroppo questo piccolo benessere, che non è stato neanche a
disposizione di tutti, ci ha fatto diventare egoisti e devo dire
anche abbastanza ottusi“.
Fra Toscani e Saviano è
una bella gara, in fatto di “radical chic”: i vari Salvini, Di
Maio, Di Battista e Meloni non saprebbero chi dei due incoronare. Un
piccolo esperimento di solidarietà creativa è arrivato in rete a
metà luglio, con un sito e una pagina Facebook. Magliette, ancora
una volta. Disegnate con spirito pungente per sfottere i nemici dei
“finti buonisti” di sinistra, come li chiamano alcuni (qualunque
cosa significhi). La campagna l’ha messa su in modalità ‘do it
yourself’ Umberto
Mastropietro, da 25
anni emigrato in Germania, residente a Potsdam, con un lavoro di
amministratore delegato presso una grossa
società di software che fornisce studi legali. Per “Radical Chic”
–questo il nome del progetto– ha fatto tutto da solo. Grazie alla
passione per la grafica, s’è inventato logo, immagini, scritte, ha
prodotto foto e look-book, e ha fatto stampare diverse serie di
t-shirt, poi vendute tramite uno shop on line. Su Facebook, in pochi
giorni, il riscontro è stato significativo. “Seguo
la politica italiana, da qualche anno con sempre più
preoccupazione”, ci
racconta. “Sono del
parere che il populismo non si combatta solo con la discussione, ma
soprattutto con l’esempio. La demagogia tende a occupare il
territorio e a non lasciare spazi. Io voglio rioccupare questi spazi.
Piantare tante bandierine che poi sarebbero le mie magliette”.
Tra attivismo e merchandising, sulla scorta di motivazioni forti.
“Non volevo però
guadagnarci sopra”,
aggiunge, “mi sembrava
ipocrita. Il produttore (la ditta Spreadshirt) ti “costringe” a
prendere il 20% delle vendite come commissione. Allora ho pensato di
darlo in beneficienza a Emergency, che oggi si trova nell’occhio
del ciclone”. Se da un
lato le forze di governo e certa stampa attaccano ONG e associazioni
umanitarie, sull’altro fronte si corre ai ripari, anche solo con
piccole campagne creative, informative, comunicative. Le magliette
–deliziose, a prescindere di come la si pensi sul tema– celebrano
ironicamente l’orgoglio di essere buonisti
e radical
chic, accostando i due
termini a immagini simboliche: falce e martello, la stella con la
ruota dentata della Repubblica Italiana, una siringa che rimanda al
tema vaccini e un omino con un piccolo cuore. Poi c’è la serie
dedicata alla mitologica “Zekka Rossa”, epiteto gentilmente
affibbiato ai comunisti-buonisti (o a chi sia vagamente di sinistra)
da parte di tifosi leghisti, destrorsi o grillini, o ancora quella
sui “Gattini Antifascisti”, con gli onnipresenti micetti del web
trasformati in predatori: teneri sì, ma con le idee chiare. Stessi
temi per le shopper in cotone, le spillette e le tazze, lanciate a
ruota. Lo scorso 21 luglio erano 359 i pezzi venduti: nelle casse di
Emergency sono già entrati così 1.720 euro. “Le
vendite stanno aumentando in maniera esponenziale”,spiega
orgoglioso Umberto. Tutte le donazioni sono condivise in modo
trasparente, pubblicando bonifici e ricevute. A scanso di hater e
maligni. Che però non sono mancati. “Tra
quelli che hanno messo like ci sono anche esponenti di Forza Nuova e
Casa Pound, ma non mi hanno fatto minacce dirette. Gli attacchi
peggiori sono venute da pensionati e casalinghe. Avrei potuto
denunciarli ma sinceramente mi hanno fatto pena”.
Sempre lo stesso
copione. Ormai una piaga inseparabile dai meccanismi social, che
spesso esclude una reale consapevolezza in chi si abbandona
all’ingiuria. “Questo
modo di fare fa parte proprio del clima che cerco di modificare.
Mentre prima ci si vergognava a dire certe cose, ora questa gente
cerca nell’aggressione il plauso che la vita non gli ha mai dato,
seguendo l’esempio che riceve dal linguaggio politico”.
E intanto in questa guerra fittizia (spesso inutilmente teatrale) tra
presunti buoni e cattivi, tra chi parla di diritti e chi sventola
pistole, tra chi progetta muri e chi addolcisce i confini, tra chi
mastica risentimento e chi coltiva compassione, la politica arretra,
quasi scompare. Nel vuoto progressivo a cui si rassegna la cultura,
infiacchita.











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