LA GENESI DELLA VIOLENZA

La prima violenza l’uomo la sperimenta venendo al mondo.
Vita e morte insite nel trauma della nascita iniziano la loro battaglia fin dal primo respiro.
L’angoscia della separazione e la paura della morte rimarranno scolpite nella memoria del corpo insieme alle prime esperienze sensoriali.
Non esiste ancora la coscienza, il mondo interno è un contenitore vuoto, pronto ad essere via via riempito grazie all’integrazione madre-bambino, primo passo verso la strutturazione della persona.
Il lutto della perdita e l’angoscia della separazione trovano conforto solo nelle cure di una madre capace di relazionarsi col figlio, comprendere il linguaggio del suo corpo, amarlo senza riserve.
Solo attraverso l’amore potrà costituirsi pian piano l’organo di senso di una realtà interna, la capacità di sentire le emozioni per poter muovere i primi passi verso la verità psichica e la struttura dell’Io.
Il disagio e la rabbia del bambino sono in buona misura il risultato della mancanza di empatia, della indisponibilità libidica della madre, il cui ruolo è decisivo nel facilitare o meno lo sviluppo intrapsichico del figlio. In questo importante periodo poggiano le basi per l’acquisizione di norme e regole indispensabili nella vita di relazione.

La forza dell’Eros si manifesta sempre nel suo duplice aspetto di amore e aggressività.
Durante l’infanzia, l’aggressività conserva ancora il significato insito nella sua etimologia: se il tendere verso l’altro, chiedere aiuto, attenzione, non viene compreso, se all’accettazione e all’amore richiesto si risponde con indifferenza, incuria, rabbia, l’aggressività perde la finalità originaria e si trasforma da processo di avvicinamento in processo di attacco-difesa.
Per difendersi proietterà sull’altro il proprio negativo da combattere e distruggere con conseguente senso di colpa.
Dato per scontato che la perfezione è irraggiungibile e che nella realtà non si potranno sempre evitare traumi affettivi di origine interna od esterna, puntiamo la nostra attenzione su ciò che contribuisce a destrutturare l’organizzazione della personalità in via di formazione.
Un contatto precoce e brutale con una situazione edipica, erotica o comunque violenta, porta il bambino a sentirsi minacciato nella sua integrità e, impossibilitato a difendersi, cercherà un rifugio in una regressione, in una patologia, per arrivare in adolescenza ad identificarsi con l’aggressore, usando a sua volta la violenza verso gli altri o verso se stesso.
Era piccola Anna quando il padre aprì per lei le porte del baratro. Aveva avuto un’infanzia felice fino a quando… 
“Di pomeriggio nel lettone, la mamma era in cucina, lui mi accarezzava con le dita umide, là dove mi vergognavo. Mi procurava un piacere doloroso. Io chiudevo gli occhi, il buio mi penetrava. Io facevo parte del buio e non potevo uscirne.”
“E’ un gioco tesoro, un gioco bello che faccio anche con la mamma - le diceva - ma questo è solo mio e tuo, un segreto che non può essere raccontato.”
Abusò di lei quando di anni ne aveva dodici.

La difficile metabolizzazione affettiva dell’aggressività insita nella relazione rende molto difficile il raggiungimento di una concezione unitaria del Sé e lo stabilirsi di una relazione con un oggetto totale non persecutorio. L’Io debole è esposto a una acuta conflittualità di natura prevalentemente orale, generata dalla imperiosità delle pulsioni aggressive e colpevolizzanti.
L’adolescenza e la giovinezza di Anna trascorreranno tra amore e morte.
Leggo nel suo diario: “Quando la morte comincia a strisciare, subdola nella mente e nel corpo, bisogna difendersi. Il rasoio sfiora piano gli avambracci, la lama apre dolcemente la strada al sangue, rosso, caldo. Lo lascio scorrere un po’, mi lecco la ferita e poi lo imbriglio in un cerotto. Sono viva, padrona del mio sangue; la pelle si arrossa, rabbrividisce, si irrita, gode. Devo zittirla, punirla, governarla, impedirle di comunicare con il cuore, l’anima, la testa, la pancia.”.

Quel sangue che ogni mese avrebbe dovuto raccontarle della sua femminilità non è mai più tornato. Divenuta anoressica, trasformò il suo senso di colpa: in odio nei confronti della madre rigida e anaffettiva, in amore incondizionato verso il padre, diventandone l’amante e ricattandolo con vari tentativi di suicidio.
L’Io non sufficientemente organizzato e immaturo nella sua strutturazione porta inesorabilmente Anna verso un’incapacità di adattamento e difesa rispetto agli stimoli. Il suo esasperato bisogno d’amore è un’ossessione che non dà tregua, il suo senso di colpa chiede pace alla morte.
L’Eros è insieme desiderio e paura, è un bagaglio diverso per ciascuno di noi, sta racchiuso e dilatato nel nostro mondo interno, informa di sé il nostro comportamento.

L’amore nella perfezione del suo atto è il dramma della perfezione della conoscenza.
P. Valery

Amore è una parola dai molteplici significati.
Nell’etimo della parola amore troviamo la radice am che nel suono riproduce il gesto dell’ingurgitare, ingoiare, mangiare, mordere, divorare. Viene in mente una fase arcaica della vita, cannibalica, quando l’uomo-bambino morde il seno per ingurgitarlo, metterlo dentro di sé, possederlo.
Un giovane uomo, bello e ricco, al quale la vita sembrava aver donato quanto di meglio si possa desiderare, arrivò nel mio studio ossessionato dalla fantasia sadica nei confronti delle donne con le quali aveva rapporti sessuali. Le desiderava spasmodicamente. Le sceglieva belle, non giovanissime e col seno abbondante, che lui definiva ricco. Alla fine del rapporto, la fantasia di fare loro del male, punirle, farle soffrire, diventava un tormento: a ciascuna di loro dava la colpa di “succhiargli la virilità”, rendendolo piccolo e impotente. Asseriva che cultura ed educazione gli avevano sempre impedito di far loro seriamente del male. Non aveva capito che nel suo bagaglio interno c’era un profondo vuoto, una sensazione di perdita che diventava sinonimo di impotenza e che la cultura di cui si vantava era insufficiente e carente. Non riuscendo a sopportare un vuoto d’amore, ne trasformava il bisogno in una sua sottospecie, dove regnava la seduzione, l’invidia, il desiderio di possesso e un narcisismo esasperato anche se inconsapevole.

Lo Stupro, Edgar Degas, 1868-1869, Philadelphia Museum of Art
Nel rapporto primigenio tra madre e bambino, amore e aggressività esprimono entrambi un bisogno esistenziale che poggia i suoi presupposti su verità forti e inalienabili.
Nelle relazioni successive il bisogno d’amore, divenuto desiderio, usa l’aggressività come strumento di conquista con relativo senso di colpa, la cui elaborazione non può che appoggiarsi su basi culturali e verità deboli.
Il concetto di amore assume diverse sfumature a seconda dell’evoluzione dei tempi, dei luoghi, dei diversi usi e costumi, delle diverse culture, ma non potrà mai confondersi con il successo, la brama di potere, il denaro, la conquista e il benessere di pochi a danno degli altri.
Nella nostra “progredita” società occidentale assistiamo purtroppo a un imbarbarimento dei costumi, alla graduale morte dell’amore inteso come ricchezza individuale e sociale.
L’uomo, sempre più chiuso in se stesso, ignorando la povertà e la miseria non sa più guardare e vedere gli altri.
E’ la vittoria di Thanatos su Eros.
La morte attacca la vita con la miopia sociale e morale, con la povertà intellettuale, con le subdole informazioni camuffate da cultura, con la mancanza di passione e di impegno, con l’insensibilità per la bellezza della natura e per le nuove generazioni. 
Aiutare nella crescita vuol dire formare le strutture logiche della mente attraverso un lavoro costante e una passione nei confronti del sapere. 
La curiosità sempre presente nei bambini, la capacità di meravigliarsi, di scoprire, di provare, anche sbagliando, va alimentata e soddisfatta. L’entusiasmo per tutto ciò che è bello, la gioia della condivisione, la possibilità di riconoscersi nello sguardo dell’altro e di accoglierlo come proiezione di una parte del Sé, aiuta a correggere la proiezione del negativo che impoverisce sé e l’altro.

Gli studi più avanzati sulla fisiologia del cervello ci dicono che per il processo di strutturazione logica della mente c’è una finestra temporale ben precisa. Persa quella, recuperare quando si è più avanti negli anni è molto difficile, quasi impossibile. 
Guido Tonelli, Lettura-Corriere della Sera

Le radici della violenza: la ricchezza senza lavoro, il piacere senza coscienza, la conoscenza senza carattere, il commercio senza etica, la scienza senza umanità, il culto senza sacrificio, la politica senza principi.
Mahatma Gandhi


Nella definizione del concetto di “libertà” si parla della condizione per cui un individuo può autonomamente decidere di pensare, esprimersi ed agire ricorrendo alla volontà di ideare, creare, vivere, avendo costituito l’ordine di senso di una realtà interna il più possibile in armonia con la propria verità psichica. 
Non avere uno strumento per il controllo del proprio comportamento equivale a non possedere nessuna chiave di lettura del proprio linguaggio interno, linguaggio da cui siamo dominati spesso senza averne consapevolezza, prigionieri della paura del tempo e della morte. E proprio nel tentativo di vincere la morte, fermare l’attimo, diventare immortali, si crea l’illusione di governare su di essa, essere in qualche modo padroni della vita propria e altrui.

Assistiamo quotidianamente ad atti di violenza visibile o nascosta, riconosciuta o mascherata: pubblicità, cattiva informazione, falsità della propaganda politica, condizionamento delle mode, seduttività esasperata.
Subisce violenza chi perde il lavoro mentre crescono i paradisi fiscali, colui che si è fidato di banche corrotte, il disgraziato che lavora dodici ore al giorno per guadagnare cinque euro e che dorme in baracche fatiscenti senza servizi igienici.
La violenza è di chi usa il proprio potere per umiliare, escludere, ignorando valore e meriti, di chi uccide per noia, per provare cosa si sente a dare la morte.

La violenza è nelle famiglie, nell’ignoranza, nella miseria.
Ricordo un giovane omosessuale di un paesino calabro cacciato malamente da casa e finito in una sorta di “lupanare” milanese dove la violenza su di sé e sugli altri adolescenti era l’esperienza quotidiana. Ho conosciuto una donna che, a soli cinque anni, veniva lasciata di notte sul ballatoio di casa mentre sua madre riceveva i clienti e che a sette anni veniva venduta a uno zio che ha subito approfittato di lei. Penso ai bambini venduti e sottoposti a violenze fino a morirne o a quelli usati per il trapianto degli organi.

La violenza può arrivarci anche da chi dovrebbe combatterla.
Ho avuto in terapia per diverso tempo un ragazzo dodicenne che in un collegio di religiosi era costretto tutte le sere a masturbare e soddisfare il suo tutor. E una giovane donna letteralmente plagiata dal suo giovane parroco che la sottoponeva a pratiche sadiche per liberarla dal male e dal peccato.

Si può essere violenti verso se stessi senza rendersene conto.
C’era un bisogno di amore e riconoscimento in Antonia, studentessa diciottenne che aveva avuto venti rapporti sessuali con uomini diversi e chiedeva aiuto soltanto perché, rimasta incinta, aveva paura di parlarne ai genitori. Non sapeva cosa fosse il piacere e l’orgasmo. A lei bastava sentirsi ammirata e desiderata. Non si affezionava a nessuno, unico sogno era partecipare al Grande Fratello e apparire in televisione.

In ogni adulto che violenta una donna, un bambino o un altro essere vivente, in ogni infanzia o adolescenza sedotta nella mente e nel corpo, c’è un incesto, uno stupro e non può esistere alcun tipo di perversione e di violenza senza un concomitante disordine del pensiero ripiombato nel caos.
Freud in Totem e Tabù parla dell’orda primitiva quando il padre aveva il monopolio assoluto su tutte le femmine del clan e la violenza era la sua legge.
L’attuale dilagare della violenza sulle donne riporta il problema nella sua genesi psichica più profonda.
Da secoli l’uomo gode un ruolo privilegiato. A lui il governo, il potere, la legge, l’amministrazione della giustizia, il dominio sulla donna venuta al mondo da una sua costola perché lo servisse e lo venerasse. 
La donna, considerata per natura un essere inferiore, meno intelligente, incapace, debole, volubile e pericolosa era educata fin dall’infanzia al rispetto e alla sottomissione al maschio, padre, marito, fratello, padrone.
Quanto sia stato dirompente per lui la libertà della donna di poter esprimere il proprio pensiero, affermare la propria opinione, reclamare i propri diritti lo dimostra la sua incapacità di stabilire con lei una relazione su basi paritarie e fare uso della forza e della violenza.
In Italia le donne hanno conquistato la libertà di voto solo nel 1946 e ancora oggi la ridicola “quota rosa” suona come concessione e non come diritto all’eguaglianza in ogni gestione della cosa pubblica. Ma quello che ha maggiormente inciso a destrutturare il maschio è la conquista femminile della libertà sessuale, esautorandolo. Il maschio virile e dominatore, minacciato nella sua identità, è sconfitto dalla donna che seduce con armi difficili da contrastare: intelligenza intuitiva, versatilità, astuzia, sensibilità emozionale e specialmente una sessualità libera dai condizionamenti naturali del maschio.
Questa assurda lotta di potere, pur tenendo conto della dicotomia tra natura e cultura riporta il problema nella sua genesi psichica più profonda.
Le due accezioni maschile e femminile rappresentano, a ben guardare, le facce della stessa medaglia. Desiderano entrambi libertà e amore.
Il desiderio, che nella sua etimologia ci riporta alle stelle e all’infinito, è lo strumento principe per riempire quel bagaglio vuoto della nascita.
L’amore è bellezza, gioia, salute, cura e rispetto per il proprio corpo, consapevolezza, conoscenza, capacità relazionale. La libertà e la vittoria sulla violenza richiedono il superamento di ogni condizionamento esterno ed interno: infantilismo, dipendenza, false ideologie, facili conquiste senza impegno, preminenza dell’apparire sull’essere, egotismo, egoismo, narcisismo, ignoranza, presunzione.
Trasformare l’amore pregenitale malato e portatore di morte in un amore genitale adulto generatore di vita e di gioia oggi sembra un’utopia. 
Rimane comunque viva in me la speranza di un mondo futuro di nuove generazioni nel quale alberghi l’uomo nel ruolo di maschio e di padre, giusto, forte e autorevole e di una donna femmina e madre, compagna alla pari, con le caratteristiche a lei proprie di dolcezza, energia, amore, passione e condivisione della infinita bellezza che ci circonda.

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