DEDICATO A FEDERICO - L'ASSENZA

Si è prigionieri delle parole date, dell’opinione altrui, dell'amore?
Parole, fatti e sentimenti ci tengono ancorati a qualcosa che non si può definire, fino a quando il tempo si piega per incanto e la realtà si ricompone di memoria e di intuito.
Qualche tempo fa avevo descritto ad un amico una prova di quanto non siamo in grado di vedere con i nostri occhi ciò che accade.
Riguardava la formazione di un fulmine attraverso una telecamera da 5 trilioni di fotogrammi per secondo, una quantità mostruosa rispetto all’occhio umano che ne percepisce appena 25 per secondo.
Quei fotogrammi raccontavano un primo tentativo di formazione del fulmine: dal cielo partiva un lampo con molte diramazioni. Solo successivamente, trovata la strada, partiva il fulmine. Non più solo dal cielo. Da terra si alzava una luce che rapidamente saliva per incontrarsi con l’altra luce che veniva dall'alto.
Ricordo che la prima cosa che pensai dopo quella visione fu La Creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti.

Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo, 1511, Cappella Sistina, Città del Vaticano

Quel dito divino come un fulmine, come la nascita di un’idea nella sua stessa rappresentazione.
Corsi al computer per rivedere il quadro, Dio avvolto in quel mantello a forma di cervello e il groviglio degli angeli (che dovevo assolutamente contare, come se il loro numero potesse suggerirmi qualcosa), quel contatto, che in realtà non è un contatto, e infine l’occhio di Adamo, non dipinto perché ricavato direttamente dal bianco dell’intonaco.



Quanto mi piaceva quel contatto descritto nella sua assenza reale, quanto mi stupiva quell’occhio che non aveva bisogno di un colore!
Pensai a Il Falso Specchio di Magritte, di come una pupilla potesse rompere l’equilibrio di un sogno e nello stesso tempo rappresentare il proprio mondo interiore.

René Magritte, Il Falso Specchio, 1928, MoMA, New York

Immaginai la pupilla come la lettera O, e cominciai a giocare, aggiungendo lettere dell’alfabeto.
O – IO – DIO – ODIO – ODDIO
Pensando a come ogni aggiunta modificasse il senso originale, mi accorsi di quanto mi piacevano le doppie lettere nella lingua italiana, che metto anche dove non ce n'è bisogno.
Mi chiesi quindi quale fosse il mio obbiettivo, e tornai indietro.
ODDIO – ODIO – DIO – IO – O
Mi accorsi dunque che quella O, quel cerchio perfetto, rappresentava anche uno zero, un’assenza.
Pensai alla Notte Stellata di Van Gogh, a quelle spirali nel cielo che sembravano trascinate nella corrente dello spazio, come attratte dalla perfezione circolare di una stella.

Vincent Van Gogh, Notte Stellata, 1889, MoMA, New York

Quando tocco mio padre, e la sua testa coperta di rughe e di piccole imperfezioni, non mi chiedo più se questo contatto possa limitarsi alle sensazioni dei miei polpastrelli.
Io sento altro e quest’altro si fonde con il suo sorriso e percorre le sue memorie di bambino.
Io divento suo padre e raccolgo con lui le patate nei campi innevati di Tavernerio dopo che le bombe hanno distrutto la casa di Milano. 
Mi trasformo nel suo collega di lavoro fidato, nell’organizzatore dei suoi festival.
Poi torno ad essere suo figlio e cerco di raccontarti il passaggio, quel momento in cui non c’è più contatto ma l’assenza si trasforma in perfezione, in quanto valore profondo della presenza.
E tutto il resto è inutile.

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