LA FORMULA DELLA FELICITA'

Viene spontaneo chiedersi se la felicità esiste su questa terra anche se c'è stato per molti di noi almeno un momento nella vita in cui ci siamo sentiti felici.

Edward Monkton, Happiness Book

Di solito si dice felice una vita arrivata alla fine (ha vissuto una vita felice) nel senso che in una valutazione generale tra il positivo e il negativo, l'aver raggiunto la vecchiaia senza grosse sofferenze, l'aver avuto una vita piena di soddisfazioni, di benessere, di interessi, di affetto, sono elementi più che sufficienti a definire la vita felice.
Ma se volessimo da una vita felice estrapolare una formula che sia paradigmatica della felicità, ci troveremmo necessariamente a parlare degli attributi della felicità, parleremmo cioè di benessere, piacere, ricchezza, salute, successo, potere oppure serenità, letizia, gaudio, soddisfazione, a seconda se ci riferiamo a dimensioni diverse della vita inerenti al corpo, allo spirito, all'intelletto, agli affetti.
Nel concetto di felicità c'è l'assoluta mancanza di qualsivoglia affanno, ansia, delusione, bisogno.

John Lennon

Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è codesta.
G. Leopardi  

Le stagioni della vita che appaiono liete sono quelle già passate quando non si è più giovani e quelle a venire quando si è più piccoli. È la felicità figlia del desiderio, del sogno, della fantasia.
Ma la felicità come soddisfazione assoluta di ogni desiderio fa paura.
Quando agli uomini dell’antichità capitava un periodo fortunato da farli sentire quasi felici, essi si premuravano di mascherare tale sentimento per paura dell’invidia degli dei. Questo era funzionale a tenere sotto controllo qualsiasi aspirazione di perfezione, attributo specifico della divinità.
Essendo uno stato perfetto la felicità non ha evoluzione possibile, significando l’assoluto non può appartenere all’umanità, nella sua interezza è situata alla fine del viaggio e come tale è assimilabile alla morte.
Non c’è vita che, almeno per un attimo, non sia immortale. La morte è sempre in ritardo di quell'attimo, scrive una poetessa.
E Orazio: "Felice di vivere e padrone di sé è chi al cader del giorno potrà dire ho vissuto. Domani avvolga pure il cielo di nubi oscure o sereno l’avvolga il sole, non renderà mai sterile il mio passato e non potrà mai cancellare, come se per me non fosse accaduto, ciò che l’attimo fuggente mi ha portato".
Quando diventa oggetto di speculazione in filosofia, la felicità, come meta suprema del saggio, la si ipotizza in uno stato di perfetta quiete spirituale, di imperturbabilità o atarassia.
In una lettera di Epicuro, tramandataci da Diogene Laerzio, viene così trattata la teoria edonistica.
Modellando la regola di vita sul perfetto equilibrio della natura, dove ogni cosa trova la serenità nella moderata soddisfazione dei bisogni essenziali, si raggiunge uno stato avvicinabile alla felicità, l’atarassia appunto come risultato di una rinuncia ai desideri superflui in vista di un piacere stabile, libero di affanni.
In psicoanalisi Freud fa coincidere la ricerca della felicità con la ricerca del piacere, ma ben presto il principio del piacere deve soggiacere al principio di realtà, tenendo presente che la realtà del nostro mondo interno è quasi sempre motivo di ansia, insoddisfazione e dolore, molto più della realtà del mondo esterno.
"Faber est suae quisque fortunae" scriveva Sallustio. Ciascuno è artefice della propria fortuna.
Questa antica divinità che Dante immaginò come un’intelligenza celeste ordinata da Dio e che Macchiavelli riportò sulla terra sottoponendola alla volontà dell’uomo, rimane ancora oggi nella fantasia popolare come un essere soprannaturale cui si attribuisce il merito e la colpa di improvvisi mutamenti di stato.
L’iconografia la presenta come una donna bendata, con un piede su una ruota simbolo della sua instabilità e proprio in quanto instabile non può costituire mai un punto assoluto di riferimento.

Christian Schloe, illustrazione digitale

Gilbert Cesbron scriveva: "La felicità è come gli occhiali che si cercano mentre li si ha sul naso.".
Con questa frase scherzosa introduce un concetto molto importante, quello della consapevolezza.
So bene che essere consapevoli non vuol dire essere felici, ma so altrettanto bene che la non consapevolezza è motivo di infelicità, di insoddisfazione e soprattutto inibisce qualsiasi processo evolutivo.

In un frammento di Sandro Penna leggo: "Da questo pozzo di dolore (ora grigio inutile, ora acceso fiammante) in cui vivo, gli atti degli altri mi ridanno continuamente la sensazione della loro vita che è come era la mia. E trovo che era felicità inconsapevole. Ma non basta: io ho conosciuto una felicità enorme e cosciente sebbene per poco (la mia follia lirica vissuta più che scritta); una felicità che mi sembra nessuno conosca".
La felicità appare come un inspiegabile stato mentale che si coglie appieno nel confronto tra l’attimo in cui si è provata e l’inevitabile fine; se ne ha cioè la chiara percezione solo nell’assenza.

Henri David Thoreau

Poi la vita regala anche spicchi di felicità consapevole, esperienze di pienezza nelle quali ci si sente fuori dal tempo e dallo spazio in una sorta di ineffabile stato mentale a mezzo tra estasi, piacere, beatitudine, una sorta di stato di grazia come se fosse un dono racchiuso in un attimo che comprende in sé l’infinito.
Katherine Mansfield descrive la sensazione della felicità come l’inghiottire un frammento di sole.
Salvatore Natoli direbbe che l’uomo fa esperienza della sua illimitata espansione.

Marc Chagall, Two Pigeons, 1925

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