CHAOS
Da Chaos, un libro non ancora pubblicato.
DAL DIARIO DI GABRIEL
Ab ovo: chaos in medias res (death and entrances)
Leggendo Dylan Thomas ho amato il modo in cui riusciva ad avvicinarsi a temi come la morte, la natura e l'amore fondendoli in una cosa sola.
Ho amato la sua vita dissoluta e la capacità di esprimerla in una poesia che descrive appieno l’umana capacità di costruire e distruggere nello stesso tempo.
And Death Shall Have No Dominion
E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché impazziscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.
E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.
E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché pazzi e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà;
E la morte non avrà più dominio
La morte arriverà ma non potrà avere sopravvento, perché nuova vita nasce dalla morte.
Così è la sua poesia: un labirinto, che a volte porta verso strade inattese o sbagliate, costringendoci a tornare indietro, a ripartire verso il traguardo finale che poi è la fine della nostra vita, o forse l’inizio di una nuova.
Con Death And Entrances (Morte e ingressi) il linguaggio è un insieme di parole e suoni talmente unico da suscitare una costruzione immaginaria di sogni che nascono e muoiono nello stesso tempo, sostenuti da un tema centrale anch’esso contemporaneamente distruttivo e costruttivo.
Fu influenzato dalla lucida follia di William Blake e di alcune sue opere visionarie, come il Newton che ho ammirato alla Tate Gallery, raffigurato non come uno scienziato ma come una divinità esploratrice di un mondo inaccessibile e ancor più nelle opere del ciclo di acquerelli del Grande Drago Rosso, apoteosi della potenza dell’immaginazione ed espressione di una visione filosofica che supera lo scibile sensoriale e trasforma la fantasia da uno stato mentale ad esistenza stessa.
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| William Blake, Ritratto di Sir Isaac Newton, 1795, Tate Gallery |
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| William Blake, The Great Red Dragon and the Woman Clothed in Sun 1805-1810, Brooklyn Museum, New York |
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| William Blake,The Great Red Dragon and the Woman Clothed with the Sun 1805-1810, National Gallery of Art, Washington |
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| William Blake, The Great Red Dragon and the Beast from the Sea 1805-1810, National Gallery of Art, Washington |
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| William Blake, The Number of the Beast is 666 1805-1810, Philadelphia, Rosenbach Museum and Library |
Questa dimensione spirituale è come un viaggio fantastico.
Dante Alighieri lo affronta nella sua Divina Commedia, William Blake lo esprime nelle sue opere pittoriche e lo sublima nei proverbi di The Marriage of Heaven and Hell, il matrimonio di paradiso e inferno.
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| William Blake, Beatrice mostra la via a Dante, Illustrazione della Divina Commedia |
Dopo aver ultimato le illustrazioni dell’Inferno di Dante Alighieri, si dice che William Blake guardò sua moglie e volle farle un ritratto perché in quel momento riconobbe in lei l’angelo che aveva accompagnato la sua vita.
Ultimato il dipinto, andato perduto, Blake declamò poesie e infine promise a sua moglie che per sempre sarebbe rimasto con lei.
Morì in quell’istante.
La moglie Kate riuscì a malapena a pagare il suo funerale e si trasferì a fare la governante a casa di Frederick Tatham, membro degli Ancients (gli antichi), un gruppo artistico attratto dall’arcaismo nella letteratura e seguace di William Blake.
Kate continuò a vendere le opere di Blake, ma non concludeva la vendita senza aver prima consultato il sig. Blake, il suo defunto marito.
Morì serenamente, parlando a suo marito come se fosse sempre stato presente.
L’inferno dantesco, la sposa angelo, la poesia, la morte ineluttabile con la promessa di un’unione indissolubile: Death and Entrances di Dylan Thomas potrebbe essere il titolo di questa storia di morte e vita, di un amore puro che solca il varco della morte e va oltre, nella eterna ricerca di pace.
E’ l’apertura di una nuova porta, la porta dell’illuminazione e della conoscenza, é il germoglio di un avvicinamento di una parte della cultura occidentale ad un mondo più spirituale, abbracciando aspetti della filosofia orientale.
Prendendo spunto da alcuni versi di Blake, Aldous Huxley scrisse The Doors of Perception, le Porte della percezione, che oltre a diventare lettura popolare per i primi hippie, diedero successivamente ispirazione per il nome della band The Doors.
Non ci fosse stato Dante, Blake non avrebbe illustrato l’Inferno, probabilmente non avrebbe scritto i versi che hanno ispirato Huxley e Jim Morrison non avrebbe mai cantato Light my Fire.
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| "There are things known and things unknown and in between are the doors" Jim Morrison |
E’ come un viaggio casuale e caotico senza tempo, come il viaggio di metafore in cui Dylan Thomas racconta la natura nella sua ciclicità senza fine, unico nel suo genere perché riesce ad esprimere lo spirito romantico del secolo precedente in uno stile surreale.
Forse per questo la grande sensibilità artistica di Dylan Thomas fu riconosciuta immediatamente, sin dalla prima raccolta di poesie 18 Poems, scritta dall’artista quando aveva appena compiuto venti anni.
Forse per questo Dylan Thomas fu sempre sostenuto dagli intellettuali dell’epoca sino alla sua morte, avvenuta a soli 39 anni, nonostante la vita dissoluta, gli sperperi e l’alcolismo, che portò la sua famiglia alla povertà.
La musicalità delle sue parole fu riconosciuta da Igor Stravinsky, che oltre a commissionargli un libretto per un’opera lirica che non vide mai luce, compose “ln memoriam Dylan Thomas”, composizione per 4 tromboni ed archi sulle parole di “Do Not Go Gentle Into That Good Night”, opera di Dylan Thomas, scritta per il padre morente.
Dylan Thomas è stato come una meteora che ha scardinato diverse scuole e teorie.
La sua forza creativa accomunata alle sua debolezze ne hanno reso un eroe fragile, ma di forte impatto emotivo.
L’alcolismo di Dylan Thomas era molto probabilmente riconducibile alla distruzione di quella parte di sé negativa dalla quale non poteva scindersi; attraverso le sue lettere emerge il ritratto di un poeta, nello stesso tempo angelo e pazzo, che cerca di comprendere le azioni dell’uno e dell’altro perché possano entrambi, in questo difficile equilibrio, esprimere poesia.
Estremamente votato alla libertà era critico verso i governi, le istituzioni, la chiesa, che vedeva ancorati ad un passato di standardizzazione.
Criticava anche il mondo occidentale per un capitalismo che aveva generato ingiustizie, confusione, ignoranza e ipocrisia, ed era convinto che la distruzione del mondo corrotto potesse creare una “enorme, elettrica, promessa del futuro”.
Nel 1953 si recò negli Stati Uniti dove era andato per promuovere la versione radiofonica di “Under Milk Wood” (Sotto il bosco di latte), un racconto di sogni e desideri degli abitanti di un piccolo borgo gallese.
Lì morì in seguito a gravi problemi respiratori, dopo un’iniezione di morfina praticatagli dal suo medico curante, dott. Feltenstein.
E’ curioso che la sua ultima pubblicazione in vita sia stata “The Doctor and The Devils”.
Scrisse che “la sostanza della vita è e sarà sempre meno dell’irrealtà”, come bene evidenziato in una sua lettera in cui rileva che “Vi sono cose, e cose preziose, che anche colui il quale ne scrive non capisce che cosa sta scrivendo”.
Ciò che colpisce è la ricerca della sostanza in un sogno, pur sapendo che questo sogno è irreale: sembra una ricerca verso il pensiero primario, l’attimo in cui tutto è perfetto prima che il big bang, che ha avuto origine dal caos, generi nuove forme caotiche destinate nuovamente a riunirsi in un attimo magico, come nell’incontro tra genio e follia.
In effetti l’enumerazione apparentemente caotica delle sue parole trasforma la sua poesia in suggestioni che sembrano musica, in una lettura che Dylan Thomas pare sapesse declamare in pubblico ancora meglio di Richard Burton, interprete della sua poesia in molte trasmissioni radiofoniche.
L’enumerazione caotica e la magia dell’attimo rimandano alle sperimentazioni letterarie, al cut-up di William S. Borroughs.
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| William Burroughs, The Naked Lunch, Olympia Press, Paris, 1959 |
Il Pasto Nudo, l’opera che lo rese famoso, è il risultato dell’unione di tutto il materiale sparso, scritto su diversi fogli che rappresentavano diversi istanti di genio e delirio.
Il titolo stesso, suggeritogli da Jack Kerouac, rappresenta la magia dell’attimo, l’istante in cui si vede ciò che è realmente nella forchetta prima che esso venga assimilato, la ciclicità di un pensiero che nasce nella mente e viene assimilato nell’istante prima di essere superato da un altro pensiero.
Il genio forse nasce in quell’attimo di conoscenza totale, prima che la mutevolezza del pensiero e l’impossibilità di fissarlo portino all’esasperazione ed al delirio, in uno stato di allucinazione giunto proprio a seguito di una illuminazione troppo potente per essere contenuta nell’attimo presente.
Questo concetto di follia, così vicina al genio e portatrice di un sapere superiore, oscuro e misterioso è un pensiero medioevale ben rappresentato anche nel Trittico delle delizie e nella Nave dei folli di Hieronymus Bosch.
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| Hieronymus Bosch, Il Trittico delle Delizie, 1480-1490, Museo del Prado, Madrid |
Anche Van Gogh ha vissuto la follia tra sifilide, crisi epilettiche, alcolismo, malnutrizione, tentativi di suicidio.
Pur nutrendo una profonda ammirazione per Paul Gauguin, nell’apice della sua follia lo rincorse per strada con un rasoio.
Rinunciò ad affrontarlo, ma tornando a casa si tagliò metà dell’orecchio sinistro, lo incartò e lo consegnò in una busta ad una delle prostitute del bordello che frequentava insieme a Gauguin.
Poi tornò a casa ed il giorno dopo fu fatto ricoverare in ospedale.
Alternava momenti di lucidità a momenti di follia, ma continuò sempre a dipingere.
La sua pittura risente di questi periodi: molti suoi quadri sono così diversi da sembrare eseguiti da due persone differenti.
La spirale della follia sembra emergere in alcuni capolavori quali la Notte stellata e in alcune opere della serie dei Cipressi.
Nella serie dei “Girasoli in vaso” contrapponeva alla pochezza del vaso, rappresentato in maniera piatta come un contenuto senza importanza, fiori che si contorcevano in mille direzioni, fiori recisi, morti ma come alla ricerca della vita.
I Girasoli sembrano suggerire il ciclo della vita e i petali dei girasoli in vaso la speranza, rappresentata anche dalla luce di Notte Stellata e Notte stellata sul Rodano.
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| Van Gogh, Vaso con Dodici Girasoli, 1888, Neue Pinakothek, Monaco di Baviera |
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| Van Gogh, Vaso con Dodici Girasoli, 1889, Philadelphia Museum of Art |
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| Vincent Van Gogh, Notte Stellata sul Rodano, 1888, Musée d'Orsay, Parigi |
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| Vincent Van Gogh, Notte Stellata, 1889, MoMA, New York |
Van Gogh esprime il suo genio con fiori che guardano verso la luce ed esprime l’inquietudine in questa spirale di luci che nello stesso tempo attraggono come fonte di sapere e sgomentano perché portano ad allucinazioni.
Lo stesso sentimento di attrazione e sgomento si può apprezzare nell’Urlo di Edvard Munch, che l’artista dipinse in quattro versioni, tre ad olio ed una a pastello.
In una di queste, la più famosa, trascrive sulla cornice i sentimenti che lo hanno portato a dipingere l’opera: “Passeggiavo lungo la strada con due amici, il sole stava tramontando, d’improvviso il cielo si tinse di rosso sangue, mi fermai, stanco morto, e mi appoggiai al parapetto, c’erano sangue e lingue di fuoco sul fiordo nero-azzurro e sulla città, i miei amici continuarono a camminare, e io rimasi lì tremando di angoscia, e sentii un urlo infinito attraversare la natura”.
Munch non era pazzo, eppure ha vissuto attimi di panico, che ha cercato di riproporre nella sua opera più famosa.
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| Edvard Munch, Skrik, 1893, Galleria Nazionale, Oslo |
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la visione di Munch avesse avuto origine dalla catastrofica eruzione del 1883 del vulcano indonesiano Krakatoa, di una potenza pari al quadruplo della più potente bomba atomica, la quale generò tramonti spettacolari in tutto il mondo a causa del riflettersi della luce solare sulle particelle di polvere sospese nell’atmosfera; infatti un altro artista, William Ashcroft, riguardo questo fenomeno dipinse diverse illustrazioni, oggi conservate a Londra e tuttora oggetto di studio dei meteorologi di tutto il mondo.
Munch dipinse l’Urlo fissando l’attimo di sgomento da lui stesso provato.
Preceduto da Disperazione, un’opera dove già si vede questo inquietante tramonto rosso fuoco, l’Urlo non trasmette un suono ma lo espande nel mondo introspettivo delle sensazioni e del sogno, come un senso di angoscia che non riesce ad essere esteriorizzato, in una dinamica esistenzialista vicina al pensiero di Kierkegaard.
Entrambi fanno parte di un progetto più vasto, di un ciclo chiamato Il Fregio della vita, composto da quattro temi: Il risveglio dell’amore, L’amore che finisce e passa, Paura di vivere (qui l’Urlo) e La morte.
Più avanti, per le decorazioni dell’aula Magna dell’università di Oslo, dipinse undici opere, tra cui Il Sole, metafora del sapere e della civiltà, i cui raggi -come l’Urlo- sembrano voler uscire dall’opera stessa.
Non dipinse i quadri in un ordine ciclico. La Sfinge per esempio venne dipinta dopo la donna Vampiro e l’Urlo e inserita successivamente tra Gelosia e Malinconia nel capitolo L’amore che finisce e passa.
Le opere sono rappresentazioni della memoria: in quanto tali non hanno una collocazione temporale e come nello stile Cut-Up di Borroughs vengono riorganizzate successivamente.
Nell’arte ci sono tanti esempi sull’impossibilità di dare spazio temporale ad un mondo interiore.
Pare che La Persistenza della Memoria sia stato realizzato da Dalì dopo aver osservato una forma di camembert deformata, allungata e ammorbidita nel piatto.
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| Salvador Dalì, La Persistenza della Memoria, 1931, MoMA, New York |
Dalì disse: “Io so quel che mangio, non so quel che faccio”.
Così i suoi dipinti sembrano la realizzazione delle parole di Dylan Thomas, scrittore incosciente di cose preziose.
Pennello e penna diventano attrezzi utili a descrivere un pensiero libero di vagare secondo libere associazioni di idee, fissando l’attimo senza un tempo preciso.
Allora è possibile immaginare il Pasto Nudo di Dalì trasformarsi in dimensione onirica e la forza del pensiero di Borroughs esistere senza tempo come un orologio sciolto, steso ad asciugare sul ramo secco della conoscenza del mondo reale.
Ciò che accomuna tutte queste opere è il percorso ciclico di un viaggio senza fine, tra luci e ombre, tra genio e follia.
E’ un viaggio nella ricerca di un equilibrio che è senza tempo, senza un punto di partenza e uno di arrivo, tra realtà e irrealtà, tra luoghi di illuminazione e luoghi di allucinazione o non-luoghi.
Un viaggio attraverso il caos.
Osservate con quanta previdenza la Natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia.
Infuse nell'uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso.
Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe.
Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un'eterna giovinezza.
La vita umana non è altro che un gioco della Follia.
Erasmo da Rotterdam
Erasmo aveva ragione.
E Kerouac lo aveva capito leggendo il Pasto Nudo di Borroughs.
La scintilla che accende il genio è quell’attimo di conoscenza totale,
prima che la mutevolezza del pensiero e l’impossibilità di fissarlo portino
all’esasperazione ed al delirio, in uno stato di allucinazione giunto proprio a
seguito di una illuminazione troppo potente per essere contenuta nell’attimo
presente.
Io la chiamo connessione.
E’ come se in un solo istante tutti i pensieri arruffati nella
mente prendessero la giusta posizione e attivassero la vita di un mondo
parallelo in cui la fantasia può spiccare il volo.
La fantasia non ha tempo e non ha luogo.
Può vagare liberamente nel mondo reale per raggiungere
ogni cosa, ogni persona.
Può parlare con la natura e la madre risponde.
Allora, solo allora, comprendi il saluto delle foglie di
un albero, la saggezza della quercia e l’inutilità di qualunque parola nel
mondo della comprensione.
Comprendere il potere e saperlo annullare, rinunciare a
una vittoria se è la sconfitta di un altro.
Possibile?
Sì è possibile nel mondo fantastico.
L’utopia è nel credere di poter spostare il mondo fantastico nel mondo reale, mentre è il mondo reale che lentamente entrerà nel mondo fantastico.
I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi.
Carlo Dossi





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