LA STORIA DI MARIO

Marina Corona, La Storia di Mario, 2013, Robin Edizioni

Il libro di Marina Corona ha due unità narrative: la storia di Mario e quella di Maria.
Apparentemente autonome, sono strettamente interdipendenti a un punto tale che potrebbero essere la stessa storia vissuta in due momenti della stessa vita: quello del pensiero magico legato al mondo interno onnipotente e quello del mondo esterno.
Mario cerca di adattare le cose del mondo ai suoi bisogni, le modifica e le interpreta in funzione di una sua sopravvivenza psichica.
L’incapacità di elaborare sensazioni ed emozioni blocca la strutturazione del pensiero razionale e la memorizzazione; si chiude allora difensivamente nel rifugio della mente abitata dal pensiero magico fantasioso e onnipotente.  
Il pensiero razionale e il pensiero magico sono strutture mentali che convivono e interagiscono nella mente non solo nell’infanzia.
In età adulta si entra  nella “patologia” allorquando al pensiero magico si attribuisce il potere di modificare la realtà secondo il proprio desiderio.
La storia di Mario è una poesia in prosa, una fiaba che racconta di un mondo interno in cui sogno e fantasia, aldilà di ogni regola di tempo e di spazio, colorano il grigio della realtà e tentano di cancellarne gli spigoli, le asperità, la durezza, il buio, la pesantezza.
A Mario  la psichiatra faceva paura.
Quella signora con le labbra grosse e rosse, i denti aguzzi, il collo che le ricordava la proboscide dell’elefante lo atterriva.
Mario era piccolo, amava e si identificava con tutto ciò che era piccolo.
Egli aveva bisogno solo di essere contenuto in un grembo morbido, dolce, armonioso dove i rumori arrivavano sommessi e lui poteva sentirsi libero, sicuro e potente.
Mario è un elemento della natura, con essa è in una partecipazione profonda, è il sapore e il profumo, è il caldo e il freddo, è il suono e il silenzio.  
Entra in un raggio di sole e diventa luce. “Sono un bambino d’oro”.
Sperimenta il suo mondo attraverso i sensi lasciandosi pervadere da sensazioni ed emozioni.  
La mancanza della luce uccide perché impedisce la vista.
Quando mamma e papà escono la sera col buio, per lui muoiono perché il buio li cancella; ma rinascono quando ritorna la luce.  
Mario è considerato un bambino diverso, di un altro pianeta, incomprensibile a chi è prigioniero di una logica razionale definita da regole, ma il suo pensiero non manca di logica, è semplicemente un’altra logica che obbedisce ad altre  regole.
Pensieri in libertà portano a pensare a Van Gogh, a Chagall, alla ricchezza del loro mondo interno e al dolore della loro solitudine.
I paesaggi dell’inconscio sono infiniti, andare alla ricerca dei legami tra i pensieri “arruffati” in libertà, che non rientrano nella logica del  pensiero razionale, presuppone una capacità intuitiva e una totale disponibilità ad annullarsi per entrare nel mondo dell’altro.
Cosa assolutamente non facile.
Marina è riuscita a entrare nel mondo di Mario con una sensibilità straordinaria, ha presentato il disagio del suo bambino emozionale, un disturbo comportamentale infantile e tra le righe ci ha anche suggerito la chiave di lettura.
-Guardate bambini: che cos'è questa?
La maestra avvicinava la bacchetta a un grosso mostro giallo e nero che stava sul muro.
-Un'ape- dissero in coro i bambini e nelle loro voci chiare c'era l'esultanza della sicurezza.
-Un'ape- ripeté piano Mario e gli tornò alla mente un ronzio delicato e il profumo di un grappolo di glicini viola, ai giardini.
-Aaapeee- ripeté in un lamento lungo lungo la maestra.
-E questa è la letterina dell'aape. La letterina "a"!-
La maestra gridò come per un dolore e Mario le guardò gli occhi umidi pensando che veramente ora avrebbe pianto.
Ma lei disse solo: -Ora scrivetela tante volte.-
I bambini presero le matite e chinarono il capo sul foglio.
Mario osservò un po' le loro teste chine, poi aprì lentamente il quaderno.
Ricordava di quando aveva avvicinato l'orecchio ai fiori viola ronzanti che pendevano sul muro, perché era la prima volta che sentiva dei fiori suonare.
Allora dai fiori era scappata fuori una bestiolina tutta d'oro e i fiori erano ritornati silenziosi; per un po' Mario aveva atteso che i fiori riprendessero a ronzare, ma erano muti e Mario, deluso, stava per andarsene, quando si era accorto che un altro grappolo aveva preso a ronzare.
Si era avvicinato piano piano e aveva visto un'altra bestiolina d'oro che frugava fra i petali.
- Ho capito- aveva detto Mario -lei suona i fiori, come Alfredo con il violino.-
Infatti il suono che faceva la bestiolina assomigliava un poco a quello di un piccolo violino.
Allora aveva staccato il grappolo facendo dei movimenti lentissimi per non disturbare la bestiolina mentre suonava, e, camminando piano piano, l'aveva portato vicino a Luisa e le aveva detto:
-Luisa, il violino.-
Ma lei gli aveva dato un colpo sulla mano strillando:
-Attento, c'è un'ape!-
Invano Mario aveva raccolto i fiori e se li era portati all'orecchio piangendo, la bestiolina era volata via e benché lui avesse tenuto il grappolo viola vicino a sé tutto il giorno, lei non era più tornata a suonarlo.
Prese la matita e cercò di fare sul foglio tanti rotondini vicini che erano i petali fitti dei fiori viola e in mezzo disegnò un rotondino più grande con delle zampette che servivano per suonare.
Quel disegno lo consolò un po' della tristezza che aveva provato ripensando allo schiaffo di Luisa e ai suoi fiori divenuti per tutto il giorno silenziosi e pensò che forse i fiori un giorno sarebbero ritornati sul muro dei giardini e che forse anche l'ape sarebbe ritornata a suonarli.
Perciò disegnò un cerchio grande che era il sole e due grosse righe diritte con tanti altri pallini che erano tanti grappoli viola pronti per essere suonati dall'ape.
Poi, siccome tutti i bambini, uno per uno, portavano i loro quaderni alla maestra, anch'egli le portò il suo.
Era sicuro che la maestra sarebbe stata molto contenta e consolata di vedere l'ape sui fiori. La maestra guardava i quaderni uno dopo l'altro e diceva:
-Bravo Valter, bravo Andrea.-
A Mario sembrava che la sua voce ora avesse un ronzio leggero, buono e quieto e che tutto fosse leggero e quieto nella classe.
La maestra gli disse di avvicinarsi e gli mostrò il mu-retto con i fiori, il sole e l'ape; poi domandò:
-E questo Mario, cos'è?-
Mario ripensò allo stupore che l'aveva preso davanti ai fiori che suonavano e come poi avesse capito tutto e disse con uno sguardo lieto:
-Il violino-  perché anche la maestra sapesse.
Ma lei continuava a guardarlo tutta seria, come se non avesse compreso, allora Mario si sforzò di spiegarle:
-E’ il violino dei fiori, è la bestiolina che lo fa.-
Lo sguardo della maestra non divenne tranquillo, come Mario si aspettava, ma si fece più cupo; i suoi occhi guardavano fisso Mario e poi il disegno e poi un'altra volta Mario come se lei ancora non avesse capito e se avesse anche un po' paura dei fiori che suonavano; infatti lasciò il quaderno sul suo grande banco e si alzò dalla sedia.
Portò Mario per un braccio davanti alla figura del mostro; Mario vide la sua pancia gialla e nera e due occhi rotondi colore del fango che sporgevano in fuori e delle grosse ali bianche.
-Vedi, Mario: l'ape- disse la maestra guardando il mostro con i suoi occhi lacrimosi. Mario avrebbe voluto dirle: "È il mostro".
Ma pensò che non avrebbe capito neppure questa volta e tacque.
-E questa- disse la maestra, puntando il dito contro un circolino che stava sotto il mostro -questa è la "a" di aaapee- e di nuovo fece il lamento triste e lungo e Mario pensò che forse le faceva impressione quel brutto mostro che c'era sul muro.
Poi la maestra tornò al suo tavolo, prese il foglio con muretto fiorito e sotto con la matita fece dei grossi circolini.
-Vedi Mario- diceva -A! A! A! A!- e strillava come per un dolore che tornava tante e tante volte; Mario spaventato fece un passo indietro e le fissò i capelli tirati.
Quando lei ebbe finito di lamentarsi Mario tornò al suo banco con il quaderno, attese un poco, poi, quando lei non guardava piano piano strappò il fondo del foglio con tutti i circolini della maestra perché aveva paura che tutti quegli strilli facessero volare via un'altra volta l'ape dal fiore viola.
L’ape, che così enorme fa paura perché somiglia a un mostro, diventa musica: è il violino dei fiori e non fa più paura.
Ad ogni emozione è collegata una risposta nel comportamento.
Il disegno che Mario mostra orgoglioso alla maestra è un dono e insieme una richiesta di accettazione e d’amore.
La maestra semplicemente non ha capito.
Maria è una madre ferita nel suo orgoglio.
Quel figlio è una sorta di ferita narcisistica, se ne vergogna e si sente in colpa.
Lo portava nei negozi… una volta gli aveva comprato una bella e morbida giacca foderata di pelo.
-Ti piace Mario?- gli aveva chiesto.
E gliela aveva fatta infilare.
Ma Mario si era levata la giacca, aveva rivoltato le maniche e se l’era messa lasciando fuori il pelo.
E guardandosi allo specchio gli era venuto in mente l’orso bianco che ballava, e allora si era messo a ballare pure lui come l’orso, piegandosi di qua e di là, alzando in aria le braccia pelose e il viso verso il lampadario del negozio, cercando di rovesciare indietro gli occhi come l’orso.
-Ma che fai?- gli aveva detto con voce dura.
Poi era uscita dal negozio di corsa trascinandoselo dietro, in fretta, come se scappasse.
Ma ci sono altre pagine, tra le più belle.
Maria è malata, Mario entra adagio nella camera della madre, ha un po’ paura.
La mamma lo accoglie, lo accetta, dialoga con lui, parla con una voce lenta e piena di nostalgia.
Ha inizio da qui il suo viaggio interiore.
Mario prese la tazza…
La tazza bisognava tenerla con le mani appoggiate al bordo perché più sotto, dove c’era il latte, scottava le dita.
-Ecco mamma, è caldo.-
-L’hai portata tu, Mario?
Parlava piano, aveva gli occhi lucidi e stupiti.
-Ho camminato piano- disse Mario.
La mamma per bere stava su un fianco e le serviva una cannuccia di vetro da mettere nella tazza; Mario prese la cannuccia e la infilò nel latte, poi si avvicinò tenendo la tazza in modo che la cannuccia andasse proprio sotto la bocca, la mamma succhiò e la cannuccia di vetro diventò bianca, ma subito fece una piccola smorfia, era perché il latte scottava.
Mario soffiò piano sulla tazza: il latte faceva delle ondine come in un piccolo mare bianco e diventava sempre meno perché la mamma succhiava via tutto il mare bianco con la sua cannuccia, finché non restò il fondo del mare che era il fondo bianco della tazza.
La mamma si sdraiò di nuovo sul letto.
-Buono?- domandò Mario, si sentiva un po’ la pancia calda come se l’avesse bevuto lui il latte.
-Si, Mario, era buono.-
Alla mamma scendevano giù le lacrime dagli occhi.
-Scottava?-
La mamma scosse la testa….
Nella camera si faceva sempre più scuro, la luce sottile che entrava dalle finestre era sempre più debole.
Mario pensò che la mamma avrebbe dovuto accendere la luce, avrebbe dovuto alzarsi, accendere la luce, pettinarsi, vestirsi, spalancare le finestre e rifare il letto, così l’odore della malattia sarebbe andato via e al suo posto sarebbe venuto un buon odore di stanza pulita.
Ma la mamma non si alzava, stava là, con le lacrime che le rotolavano giù per le guance e il corpo che faceva degli scossoni sotto le coperte…
***
…Mario si arrampicò sul letto, stette con lei nel silenzio molto tempo, poi tirò fuori da sotto il maglione il suo quaderno e la matita e li mise sulla pancia della mamma
La mamma prese il quaderno e lo aprì, lo sfogliò piano guardando tutti i disegni.
Li guardava senza dire nulla con il viso serio…certi disegni li guardava all’incontrario perché lui li aveva fatti con il quaderno voltato dall’altra parte…
-Il disegno, mamma è storto-.
La mamma senza dire una parola girò il quaderno.
“Brava” pensò Mario “ha capito”….
Mario distese il corpo come quando si stendeva nudo al sole sulla sabbia del mare gli sembrava che i raggi del sole lo circondassero per guardarlo e avere cura di lui.
Poi diede la matita alla mamma.
-Mi scrivi “Ciao”?- chiese
La mamma scrisse grande su una pagina “Ciao”
***
… Mario si arrampicò sulla coperta gialla, là dove essa era ben tesa sul cuscino e, strisciando si avvicinò alla mamma, il cuore gli batteva un poco.
La mamma tirò fuori un braccio dalla coperta, gli circondò le spalle e lo tirò vicino al suo corpo.
C’era caldo e la quiete era profondissima, nessuno dei due parlò.
Nella seconda parte Maria è in ospedale.
Il suo cuore “non va bene, batte in disordine, a volte piano piano, a volte terribilmente veloce, a volte tace…poi riprende a farsi sentire: o scalpita o va goccia a goccia.”
Distesa nel suo lettino ripercorre tutta la sua vita.
Non vorrebbe ricordare ma le immagini scorrono nella mente, si proiettano come su uno schermo.
La magnolia del giardino manda l’ombra delle foglie sulla parete di fronte.
Inquadrature in cui appare sempre lei, bambina, adolescente, con la madre, con il padre, fidanzata sposata, incinta.
Memoria e sogno si confondono, con la realtà, crollano le pseudo-sicurezze che per anni l’avevano sostenuta.
Gradualmente si fa strada  una nuova coscienza dell’Io e del corpo che si erano frantumati, mandandola in crisi.  
E’ stata una lunga elaborazione: l’invidia, la gelosia, l’insicurezza, l’abbandono.
Ha ripescato nella memoria emozioni e sentimenti, dolore e piacere, paure e gioie vissute nell’infanzia, è entrata nel mondo del suo bambino attraverso una riattualizzazione dolorosissima.
Il motore di ricerca è il cuore, la sofferenza d’amore intessuta sulla trama della malinconia.
Malinconia d’amore.
I miei occhi avevano il nero del cielo consumato e io in qualche modo sapevo che è per amore che il cielo si fa così nero, si consuma.
Nell’ultimo capitolo ritorna a splendere il sole.
E’ cambiato il mondo dentro di lei.

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