IL FALSO E LA RECITA DELLA VITA
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| Jean-Paul Sartre, L'essere e il nulla Il Saggiatore, Milano, 1965 |
Non si recita per guadagnarsi da vivere. Si recita per mentire, per essere quello che non si può essere, e perché si è stufi di essere quello che si è. Si recita per conoscersi e perché ci si conosce troppo. Si recita nella parte dell'eroe perché si è vili, nella parte dell'assassino perché si muore dalla voglia di ammazzare il prossimo... Si recita perché si ama la verità e la si detesta. Si recita perché si impazzirebbe se non si recitasse. Recitare! Forse che lo so io quando recito? C'è forse un momento in cui smetto di recitare? Si recita perché si ama la verità.Jean-Paul Sartre
Credo che il "recitare"
sia una componente umana, anzi un presupposto della vita di relazione.
È nel bisogno di essere accolti,
riconosciuti, amati, l'origine del sorriso.
Mettiamo costantemente alla prova
la nostra capacità di esistere nel rapporto con gli altri, interpretando la
parte di noi stessi che reputiamo la migliore, cercando di far coincidere il
più possibile la sostanza con la forma.
Ma se nella finzione scenica ci si
muove scientemente tra mente e corpo, entrando e uscendo dai vari ruoli con la
possibilità di sperimentare proiettivamente tante vite, vivere tante esperienze
ed essere gratificati dall'ammirazione degli altri, nella quotidianità si
recita inconsciamente la storia della vita, soffrendo spesso il peso di
sentirsi una pedina qualsiasi dell'universo, posta magari al posto sbagliato.
Quando vivo non mi sento di vivere, ma quando recito, allora sì mi sento esistere
Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio
Recitare come sinonimo di vivere
Venendo al mondo l'uomo inizia il
lungo processo della conoscenza attraverso i vari gradi, dalla percezione
dell'esistenza della cosa, alla cognizione piena del suo essere, se tutto va
bene.
Attraverso le esperienze più
arcaiche relative al corpo, il bambino comincia a strutturare la propria
identità e a porre le basi del suo mondo interno.
Sensazioni e percezioni
primordiali costituiranno quella memoria implicita che rimarrà nell'inconscio
e, pur non arrivando mai alla coscienza, ne determinerà la struttura della
personalità.
Tra le esperienze più legate alla
memoria implicita, il rapporto con la madre, la sua voce, il suo sguardo, il
suo abbraccio che si appropria dello spazio e lo segna, definendo un mondo,
oppure l'assenza di calore, l'abbandono, l'indifferenza che condizioneranno per
sempre le capacità emozionali e cognitive.
Con il linguaggio e la capacità
di simbolizzare, emozioni e sensazioni cercheranno una via per esprimersi,
conflitti e angosce d'abbandono troveranno conforto in una realtà fantasmatica.
Il bambino è cresciuto,
l'esperienza vissuta di presenza/assenza ha reso chiaro il bisogno e fatto
nascere il desiderio.
E col bisogno e il desiderio la finzione: “Facciamo finta che...”
Realtà, fantasia, sogno,
finzione, tutto concorre a rendere possibile una certa conoscenza di sé e del
mondo, ben sapendo che la conoscenza, non è sempre riferibile a cose reali.
Essa è una delle prospettive create dall'uomo per costruire un universo col
quale instaurare un dialogo significante per una messa in forma del desiderio.
"C'era una volta..." Il rituale dell'incipit situa
immediatamente la fiaba agli antipodi della realtà.
Gli elementi arcaici della fiaba
permettono al bambino di pensare l'impossibile contenendo ciò che la mente non
può affrontare.
È come dire che la costruzione di
senso della realtà passa dall'irrealtà della fantasia.
"Niente è come appare, ragazzo, soprattutto poi per l'uomo che già di
per sé è apparenza".
Questa frase di Palissandro di
Trezene è nel prologo di Diario di un gatto con gli stivali, un libro
di Roberto Vecchioni.
"Ho cercato, dice l'autore, di
fare uscire le favole da se stesse perché ogni storia contiene il suo contrario
e perché niente è come appare".
Il che non mira a distruggere il
mondo della fantasia ma piuttosto ad arricchirlo di consapevolezza.
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| Roberto Vecchioni, Diario di un gatto con gli stivali, Einaudi, Torino, 2006 |
Secondo la mia interpretazione è
come se l'autore dicesse: non limitarti a credere nelle favole che ti
raccontano, perché ogni favola ne contiene mille e ogni cambio di prospettiva
dà un colore diverso alla vita.
La vita si alimenta di sogni, di
ricordi, di fantasia ma ciascuno di noi esiste anche nella sospensione di una
coscienza del sé e nella assunzione di un ruolo o di vari ruoli spesso presi in
prestito e non in armonia col proprio sé.
Jung dice che "tutto ciò che sta nell'inconscio vuole
diventare evento e anche la personalità vuole svilupparsi dalle sue condizioni
inconsce e viversi come interezza".
La psicoanalisi ci mostra come,
nel gioco delle identificazioni introiettive e proiettive, si possa mettere in
piedi una costruzione della personalità confusa e complessa per difendersi da
se stesso e dagli altri.
Scoprire dov'è la verità equivale
ad uscire dall'auto inganno, trovare il proprio ruolo nel mondo, definire la
propria individualità e armonizzare le parti scisse, oppure conoscere quale
maschera si sceglie di indossare per sopravvivere ed essere in grado di non
confonderla con la propria pelle?
Recitare per essere quello che non si può essere
Frank Abagnale Jr. racconta la
storia della sua vita nel film di Steven Spielberg Prova a prendermi, interpretato da Leonardo Di Caprio.
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| Prova a prendermi - Steven Spielberg |
Come tutti gli adolescenti, il
protagonista vuole sentirsi esistere nella stima e nell'ammirazione del padre
e, come il padre, insegue il mito del successo da raggiungere a tutti i costi e
con ogni mezzo.
Grazie all'abilità di falsario e
alla capacità di trasformarsi, vive la vita come se fosse un gioco d'azzardo.
Passando da insegnante di
francese a copilota, da agente segreto a medico e poi avvocato, interpreta
indifferentemente i vari ruoli che il caso gli offre con la naturalezza di chi
non distingue la differenza tra realtà e finzione, strutturando un molteplicità
di falsi sé senza sensi di colpa o consapevolezza.
Tutto a lui sembra normale perché
funzionale a ricevere l'approvazione del padre e il calore di una famiglia.
Così come in Zelig di Woody Allen, il piccolo insignificante omino ebreo, pur
di essere accettato e amato, sviluppa una straordinaria capacità camaleontica,
assumendo le caratteristiche somatiche psichiche e lessicali di chiunque
incontri.
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| Zelig - Woody Allen |
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| Volver - Pedro Almodovar |
E sulla natura ingannevole delle
apparenze un bel film di Pedro Almodovar, Volver.
Fin dalle prime immagini di un
cimitero lustrato a festa e battuto dal vento, l'autore ci introduce in un
mondo dove vita e morte convivono e si confondono, l'una funzionale all'altra.
In questo piccolo sobborgo di
Madrid niente di nuovo sembra accadere mentre si consumano stupri, violenze e
omicidi. Una madre fantasma-viva, torna dalla tomba dopo quattro anni per
rincontrare le figlie, parlare con loro e rivelare segreti.
Tra lacrime e sorrisi il film si
snoda a rappresentare la naturalezza di una vita imbastita di menzogne e di
bugie anche se in realtà abitata dagli affetti che riempiono il vuoto della
solitudine, trasformano il corso degli eventi, strumentalizzano persino la
morte.
Possiamo ritrovare la matrice dei processi di costruzione della realtà, in quanto l'itinerario maturativo di ordine cognitivo non viene disgiunto dall'itinerario psicoaffettivo.Ernst Cassirer, Linguaggio e Mito (1925), Il Saggiatore, Milano, 1968
Recitare per conoscersi o perché ci si conosce troppo
Il cinema è una finzione, inventa
storie, e il pubblico lo sa: quando va al cinema è ben consapevole di ciò ma,
come un bambino che ascolta una favola, piange, sogna, soffre della sofferenza
dei protagonisti, si identifica con le loro fortune.
Va talvolta alla ricerca di ciò
che è manifestamente falso, per uscire da un mondo ed entrare in un altro,
comprando un sogno a modico prezzo.
In Whisky due giovani registi
uruguaiani raccontano di Jacobo.
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| Whisky - Juan Pablo Rebella e Pablo Stoll |
La realtà di costui è la
reiterazione di una squallida quotidianità di un piccolo commerciante di calze
che, dopo la morte della madre da lui curata fino alla fine, vive da solo nel
disordine e nella sporcizia.
La solitudine lo ha reso burbero
e poco socievole, solo Marta, la sua assistente, anch'essa insignificante e
sola, gli porta il tè ogni mattina alle otto.
Un uomo e una donna
apparentemente senza identità, prigionieri di un ruolo che la vita ha loro
imposto e al quale si sono assoggettati senza opporsi.
Ma per l'anniversario della morte
della madre è previsto l'arrivo di Hermann, il fratello più fortunato, più
agiato e "di successo".
Che fare? Jacobo prega Marta di fingersi
sua moglie e lei accetta.
Riassetta, riordina, pulisce
l'appartamento e scopre una se stessa quasi piacevole.
Parrucchiere, rossetto, collana
di perle, sorriso e una sconosciuta capacità comunicativa.
La finzione regge, l'incontro
riesce soddisfacente e si conclude con una sosta in un grande albergo sul mare,
vissuta da tutti e tre molto piacevolmente.
Nella finzione Jacobo e Marta
hanno avuto la possibilità di esprimersi in maniera libera e viva.
Ma era una finzione? O la bugia
era un alibi per trovare il coraggio di esprimersi?
Recitare per nascondere dietro una maschera la propria impotenza
Spesso un sogno, una
interpretazione, un gesto di accoglimento empatico, oppure la scena di un film
appena visto o la lettura di un libro, possono aprire porte della memoria
tenute chiuse per paura o difesa.
Il disvelamento di parti di sé
suscita meraviglia e trasforma la visione del proprio mondo, allarga i confini
della fantasia e libera i pensieri.
In Sesso, Bugie e Videotape Steven Soderbergh mette a nudo le miserie
esistenziali di una famiglia apparentemente normale.
Un giorno nella casa di
Gallagher, avvocato di successo, arriva il vecchio amico Spader e un equilibrio,
basato sulla menzogna e il tradimento, va in crisi.
Gallagher tradisce la moglie
frigida con la cognata; Spader da incallito voyeur, colleziona masturbazioni.
Tutto appare normale e
rispettabile fino a che la videocamera-verità non mostra a ciascuno la
rispettiva falsità.
Attraverso le immagini del video
ciascuno, guardandosi in uno specchio senza veli, scopre un altro se stesso
dietro la maschera.
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| Sesso, bugie e Videotape - Steven Soderbergh |
La linea che divide il vero dal
falso è spesso impercettibile.
Orson Welles in F come Falso tiene una lezione sul
rapporto tra verità e falso riscontrabile in ogni settore della vita:
nell'arte, nel cinema, nella televisione, dappertutto.
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| F come Falso - Orson Welles |
Ma non c'è bisogno che sia il
cinema a raccontarlo.
Viviamo in una società dove il
vero e il falso si sono scambiati i ruoli e risulta sempre più difficile
stabilire dei punti di riferimento sicuri e stabili.
L'esistenza di ciascuno è sempre
un tentativo, talvolta alienato, di realizzare se stesso, di non sentirsi
defraudato di se stesso per non perdersi.
Ma è difficile non perdersi se la
recita è funzionale all'inganno cosciente e l'uomo agisce consapevole di
ingannare, ferire, distruggere, acquisire potere in un mondo di false promesse,
falsi discorsi, false protezioni, in un mondo dove non si è padroni del tempo,
dello spazio, dove l'esistenza nega se stessa come autentica possibilità di sé,
dove il corpo è contrapposto alla mente, l'interesse all'emozione, il diverso
al simile, dove si predica il diritto di ognuno alla libertà mentre i falsi
determinanti sociali, pseudo culturali, economici, politici, portano
l'individuo a non "esserci nel mondo".
G. Clooney in Confessioni di una mente pericolosa
mette in scena l'autobiografia di Chuck Barris, anchorman che rivoluziona il
quiz televisivo, inventando infime trasmissioni di enorme successo.
È un personaggio pubblico, ha fama e successo ed è idolatrato dalla folla.
Ciononostante, contattato da Jim Byrd, ambiguo personaggio appartenente alla CIA, diventa killer su commissione e uccide 33 persone.
Poi scrive la sua autobiografia che non conferma né smentisce.
Siamo davvero tanto lontani dalla realtà?
Un tempo, raccontano i miti,
l'uomo era un corpo in relazione con il mondo.
Il corpo era espressione, simbolo, manifestazione nel linguaggio, nel riso, nel pianto, nel gesto, nel canto, nella danza, nella sofferenza, dove a esprimersi non era il corpo come parte dell'uomo, ma l'uomo nella sua totalità che nel corpo vive il suo essere qui e non là, il suo ora e non allora, in una parola: la sua situazione, il ci del suo Esserci, di essere al mondo
Umberto Galimberti, Il superamento del dualismo antropologico
La casa di psiche, Feltrinelli, Milano, 2005











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