LE ETÀ DELLA PELLE
Come una locomotiva caliginosa
in fine del viaggio
la metà in luce del globo terrestre
si tende sfinita verso l’ombra
mentre quella buia
già tasta un primo margine di luce
Amos Oz, Lo stesso Mare, Interstizio del tempo
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| John William Waterhouse, Pandora, 1898 |
Si racconta che Pandora avesse avuto in dono dagli dei tutte le qualità possibili, Zeus le aveva affidato un vaso sigillato, da non aprire, ma Ermete le aveva insinuato nell’animo la curiosità e Pandora aprì il vaso.
Tutti i beni e tutti i mali in esso racchiusi si diffusero allora nel mondo; i beni volarono verso il cielo, i mali compresa la morte si sparsero sulla terra.
Nel fondo del vaso era rimasta solo la speranza come premio di consolazione.
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La pelle di T
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| Alma-Tadema, Le rose di Eliogabalo, particolare |
Dormi bambina, dormi.
Il vento è cessato,
le sirene cantano per te la ninna nanna.
Dormi bambina, dormi.
Domani soffieremo sulle nuvole
e splenderà di nuovo il sole.
Il ventuno di marzo, quando nacque la sua ottava primavera, aveva fatto il bagno nell’acqua cosparsa di petali di rose.
Un profumo e tante immagini. Bacinelle e tinozze riempite di acqua piovana.
-L’acqua piovana ha proprietà disintossicanti, fa la pelle pulita e luminosa, pronta per l’estate
Veniva immersa, appena sveglia, nella tinozza di legno preparata in bagno a fianco alla vasca e l’odore del legno misto alla fragranza dei petali di rosa sfogliata le procuravano un piacere sensuale come una carezza, prolungata dal tepore del grande telo tiepido di spugna che la avrebbe avvolta subito dopo.
Mai nessun unguento è riuscito nel corso degli anni a darle quella sensazione di vita che rinasce sotto la pelle.
*****
La pelle di I
Era seduta sulle ginocchia di suo papà.
Indossava un vestitino azzurro e delle scarpette di vernice rossa.
Era molto orgogliosa di mostrare le scarpette al suo papà.
Papà sorrideva, e lei era felice.
- La mia pelle è liscia come i petali di rosa, non è vero?
- Sei una bambina troppo vanitosa e la vanità è un peccato.
- Veniale o mortale?
- Per ora veniale.
Per ora, per ora.
Il futuro non può essere pieno di pericoli, il mistero è solo fascino e curiosità.
Quando un peccato veniale diventa mortale?
Se da grande la sua pelle fosse stata sempre più morbida e lei sempre più vanitosa?
Forse la preparazione alla prima comunione aveva introdotto nei suoi pensieri l’idea della morte come un pericolo.
Ne parlava preoccupata con Anna, la sua amica.
Al contrario di lei, Anna era libera di giocare con chiunque capitasse, di uscire da sola a comprare il gelato e poi, col passar del tempo, di frequentare i ragazzi.
Per questo provava per lei un amore misto ad invidia.
Anna abitava nella casa accanto e i loro due giardini erano comunicanti.
I rami degli alberi, intrecciandosi tra loro, erano la scala ideale per superare il muro di cinta.
Aveva sempre odiato i muri alti, col tempo erano diventati un simbolo per scolpirci i pensieri neri, anche quando sugli alberi non era più salita.
Un giorno Anna si trasferì con tutta la famiglia in un posto molto lontano dove “non avrebbero corso pericoli”.
Per lei era impossibile capire perché si corressero dei pericoli a causa di un nome.
Il papà di Anna, il signor David, era un signore gentile, sorrideva di rado e passava molto tempo chiuso in uno studio vietato alle bambine.
Si era fatta l’idea che i papà che amano davvero non andavano a fare la guerra lasciando le bambine da sole.
Lei, obbediente, pregava tutte le sere per il suo papà, ma provava per lui un certo rancore, una sorta di dolore per un abbandono immotivato.
Ogni bambino forgia il suo potere nell’enigma della sua vita futura
*****
La pelle di A
La prima cosa che colpisce, scendendo verso il sud d’Italia, è il colore.
Il “fieu”, il feudo, il vecchio latifondo incolto e sassoso ha la terra rossa.
Sembra che l’argilla sia stata impastata col sangue.
Dopo mesi di siccità, quando le screpolature sono profonde e danno una sensazione visiva della sofferenza e del dolore, il sangue a grumi si distingue dal giallo della vecchia argilla.
Prende corpo allora la testimonianza di secoli di estenuante duro lavoro spesso improduttivo, di sacrifici, di sfruttamento.
“Su sta terra buttamu lu sangu”.
Questa frase dei contadini suonava come una bestemmia, ne era intimamente sconvolta e affascinata.
Vedeva rivoli di sudore e sangue intridere la zolla che, grassa e arrossata, apriva la bocca famelica e prima o poi avrebbe inghiottito il contadino curvo sulla terra a disossarla dai sassi.
“Fatto di terra, terra ritornerai”.
Osservava il vecchio prete piccolo e grasso sul pulpito della bella chiesa del seicento, ridipinta di rosa e con le lampade al neon.
Tutto il paese è riunito e cantava tra l’incenso e il profumo dei fiori.
“Mira il tuo popolo o bella Signora”.
Guarda Signora! E lei guardava con gli occhioni sgranati e fiduciosa, aspettando che la statua si sollevasse dalle nuvole di cartapesta e, assunta in cielo, portasse le richieste di tutti e intercedesse.
L’acqua, bella Signora.
E’ di quella che avevano bisogno, abbondante e dolce, non la grandine che distruggeva tutto, ma tante lacrime beneficanti. Da te, o Signora, commossa dai fiori, dagli incensi, dalla novena, dalle lodi, dalla questua per i restauri della chiesa a te dedicata.
Usciva da questa pantomima frastornata e inquieta.
“Terra sei e terra ritornerai!”.
E a lei la terra, la grande madre, suscitava immagini apocalittiche di inferni con voragini enormi e angeli sterminatori per punire e purificare.
L’acqua era lì, nelle sue viscere; la tiravano su con otri di pelle appesi a grosse funi.
Tra il cigolare delle carrucole in cima al pozzo, la sacca, gonfia e traboccante, arrivava in superficie proprio mentre l’altra urtava lo specchio dell’acqua, lì giù a metri e metri di profondità.
- Quanto sarà profondo?- Non sporgerti e non guardare troppo, se no il dio del pozzo ti attira giù per farne la sua sposa.
Le gocce cadendo segnavano cerchi concentrici, le porte del castello del re del pozzo aprivano i loro battenti, piante splendide e misteriose si muovevano, dolcemente invitanti.
Poi ritornava l’ombra immobile del capelvenere che cresceva abbondante lungo le pareti umide e buie.
Pensava a Liriope, la ninfa dagli occhi azzurri, che il dio fluviale Cefiso costrinse a diventare sua sposa avvolgendola con le sinuose correnti e imprigionandola con le acque.
Dopo la nascita del loro figlio Narciso, lei ritornò a vivere sulla terra sotto forma di candido giglio.
Capita talvolta che l’assordante sirena tagli il silenzio.
Sa che presto sarà presa in braccio, avvolta in una coperta e portata fuori.
Nei ricordi si accavallano immagini a mezzo tra la realtà e il sogno.
Erano tutti riuniti sotto il grande albero di gelso, quello più lontano dalla casa.
Erano distesi per terra, avvolti nelle coperte.
C'erano tutti: grandi e piccini, zii, zie, cugini, i coloni, i contadini.
Alcuni parlavano, altri pregavano, mentre in cielo si accendevano degli strani fuochi d’artificio e si sentiva in lontananza il rumore cupo degli aerei.
Poi ancora il suono della sirena e si ritornava a casa.
Poi ancora il suono della sirena e si ritornava a casa.
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| Tullio Crali, Aerocaccia II, 1936 |
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La pelle di M
I ragazzi che si amano si baciano
In piedi contro le porte della notte
I passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
E se qualcosa trema nella notte
Non sono loro, ma la loro ombra
Per far rabbia ai passanti
Per far rabbia disprezzo invidia riso
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Sono altro lontano più lontano della notte
Più in alto del giorno
Nella luce accecante del loro primo amore
Jacques Prevert, Poesie d’amore, Guanda, 1991
Si rimettevano allora gli asciugamani nelle borse, ci si cambiava il costume e...via di corsa a casa.
Il pranzo era sempre una festa, ma si doveva essere puntuali e arrivare a tavola in ordine, vestiti e pettinati.
In quel giorno d’agosto aveva imparato a fare i tuffi; un giovane maestro di nuoto si era offerto molto gentilmente di insegnarle il modo corretto per farlo.
Avevano nuotato insieme fino allo scoglio, si erano arrampicati insieme e si erano tuffati tenendosi per mano.
E il primo bacio, lì sullo scoglio, tra gli spruzzi delle onde e il profumo di salsedine, la colse impreparata.
Ne ebbe piacere e vergogna.
Oggi il ricordo è insieme dolce e doloroso.
Arrivò in casa quando il pranzo era alla fine.
La nonna la stava aspettando in piedi sulla porta, nel suo sguardo il rimprovero era più duro di ogni punizione.
Al mare, distesa sulla spiaggia e penetrata dal sole, recuperava il ricordo di lui attraverso la carezza che le davano i granelli di sabbia calda e sottile che le scivolavano tra le dita.
Lo rivedeva emergere dalla cresta dell’onda e correre verso di lei.
Incontrava il suo volto far capolino tra le ciglia degli occhi socchiusi, mentre giallo e rosso si mescolavano sullo sfondo blu del cielo d’agosto.
Era una ridda di suoni, profumi e colori, era l’innocenza dell’età bambina e la fantasmagoria delle favole, era l’odore del basilico e del rosmarino, e della sua terra bagnata che preme rossa di vita.
Per arrivare al “castello” bisognava superare un muretto, fatto di sassi, uno sull’altro, a secco, senza cemento.
Negli interstizi crescevano ciuffi d’erba e lungo il bordo cresceva la cicoria selvatica.
Pensava alle volte in cui, da bambina, in campagna, si divertiva a coglierla.
La nonna le aveva insegnato a tagliarla alla base, con un coltello a punta, in modo che la piantina venisse su intera senza perdere le foglie.
Sul muretto c’era una lucertola piccola e verde. Immobile al sole riluceva.
Vista di profilo la lucertola aveva la gola bianca che si alzava e si abbassava ritmicamente.
Sembrava in sintonia col suo respiro.
Chiuse gli occhi.
Il battito del suo cuore divenne una realtà nuova, pulsava con ritmo crescente, lo sentiva forte, fortissimo nelle orecchie, nelle tempie.
- Hai paura?
Ebbe timore per un attimo che i suoi pensieri si vedessero, e se ne vergognò.
- No, paura di cosa?
E saltò il muretto.
Lui le diede la mano mentre attraversavano il prato.
C'era un piccolo viottolo, ma le erbe alte lo avevano nascosto quasi del tutto.
Papaveri rossi, tanti papaveri rossi. Lei tentò di coglierli ma le ortiche le attaccarono braccia e gambe.
Tra le rovine del “castello” lui le accarezzò le gambe e le braccia.
Le disse che le sue mani avrebbero impedito alla pelle di piangere e di arrossarsi.
E pian piano la pelle comprese e rispose.
Il bruciore pungente si acquietò via via e piccoli brividi la introdussero in una dolcezza sconosciuta.
Con voce calma, tenue e sussurrante, ripeteva le sue parole come in trance, guardandolo negli occhi.
Scoprì il suo corpo per la prima volta, attraverso le mani di lui.
Aveva quindici anni, era ormai una donna.
*****
La pelle di O
Negli anni sensazioni analoghe le procurò il corpo del suo bambino addormentato sul suo ventre.
La sua manina sul suo seno, la sua bocca intorno al suo capezzolo.
La pelle era ancora liscia, compatta, viva, calda, profumata, vibrante ma lui non la sentiva più, non la toccava più.
Non la capiva.
Forse, se l’avesse accarezzata piano, ascoltandola... Forse ne avrebbe capito il linguaggio.
Poi il gusto della violenza, figlia dell’impotenza, la voglia di distruggere ogni residuo di sensazione infantile nell’assurda speranza di sentirsi grande, la paura di capire, capire e soffrire per il desiderio senza speranza di un tempo sepolto ormai da lustri, resero le mani di lui dure, incallite, insensibili, impietose.
Hanno fatto male, hanno graffiato mentre frugavano impazienti alla ricerca di un piacere veloce, hanno scavato dei solchi.
Lei, la pelle, si è ritratta spaventata.
E nel tempo, tra le rughe, le lacrime hanno cominciato a scendere adagio.
Hanno assorbito il calore, il profumo, la vita.
Ma la storia di ciascuno è un sogno da cui bisogna svegliarsi per inventarne un’altra, ogni giorno.
Pensare le emozioni, recuperare capitoli di una vita durata un secolo, un anno, un giorno.
Nella memoria, i volti sono sbiaditi e i contorni confusi.
Come in un sogno il tempo e lo spazio si dilatano, si restringono, si accavallano.
Luoghi, persone, accadimenti sono inglobati nei paesaggi della mente, dove il piacere è spesso confuso col dolore, il desiderio con la rinuncia.
Poi lo stupore.
Quando una parentesi del passato apre le sue braccia, ritorna ad animare il presente.






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