LE TRAPPOLE DEL TEMPO
Un uomo
grazie a complicati calcoli attraverso
il computer è riuscito a scoprire la data della sua probabile morte ed è andato
in depressione.
Sarà davvero
possibile?
Spesso
l’uomo crea delle trappole che lo imprigionano nell’assurdo desiderio di
possedere l’impossibile.
La nascita e
la morte costituiscono gli estremi di un segmento inderogabile di infinito; il
suo valore dipende non dal contenitore tempo ma da ciò che in tale segmento è
contenuto.
Cos’è il
tempo? Chiede il cappellaio matto ad Alice ed Alice risponde: non lo so,
io devo battere il tempo quando studio
musica. Il tempo, ribatte il cappellaio
matto, non vuole essere semplicemente battuto, se tu dialogassi con lui e fossi
con lui in buoni rapporti, l’orologio farebbe tutto ciò che desideri.
Ricordo un breve
film d’animazione di Lubomir Benes “Il musicista e la morte”.
Un
violinista vede arrivare la morte, ne ha paura e inutilmente tenta di
nascondersi.
La morte
mostra la clessidra ormai agli sgoccioli, il musicista comincia a suonare, la
bianca morte ascolta, la musica continua, lei affascinata rovescia la
clessidra, la musica continua ancora; più e più volte la clessidra viene girata
fino a che la bianca signora si allontana con la sua falce e la sua clessidra.
Il
violinista è salvo.
La vita
circoscritta nascendo, nello spazio e nel tempo può diventare la “storia” della
vita individuale e sociale, capace di liberare il tempo dall’insignificanza
della ciclicità della natura e affidare le sue sorti alla creatività di un
“continuum” aldilà della morte.
Possiamo,
volendo, dialogare col tempo senza essere il cappellaio matto di Lewis Carrol,
perché il tempo è innanzitutto una costruzione della mente, Einstein lo
definiva “una ostinata illusione”.
Rita Levi-Montalcini
ha scritto un libro sulle funzioni del cervello.
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| Rita Levi Montalcini, Elogio dell'imperfezione |
In una
intervista disse: “Quelli che molti ignorano è che il nostro cervello è fatto
di due cervelli. Un cervello arcaico, limbico, localizzato nell’ippocampo che
non si è praticamente evoluto da tre milioni di anni fa a oggi. Un cervello
piccolo ma che possiede una forza immaginaria. Controlla tutte quelle che sono
le emozioni. Ha salvato l’australopiteco quando è sceso dagli alberi,
permettendogli di fare fronte alla ferocia degli ambienti e degli aggressori. L’altro
cervello è quello cognitivo, molto più giovane e nato con il linguaggio.
In 150 mila
anni ha vissuto uno sviluppo straordinario, specialmente grazie alla cultura.-
Si trova
nella neo-corteccia.
Purtroppo
buona parte del nostro comportamento è guidato dal cervello arcaico, prosegue
la Montalcini; è sempre la componente emotiva ad avere il predominio sulla
parte cognitiva anche se siamo convinti del contrario.
"E' certo che i totalitarismi, le dittature, i fondamentalismi hanno sempre fatto appello alle pulsioni arcaiche dell'uomo. Hanno puntato sulla prevalenza del sistema arcaico su quello cognitivo. L'evoluzione culturale alimenta la neocorteccia. E' per questo che l'unico vero antidoto ai sistemi totalitari è la cultura. La conoscenza. I fondamentalismi si servono del cervello arcaico e lo strumentalizzano. La neocorteccia, il cervello del linguaggio e della cognizione, deve prendere il comando sul cervello arcaico per controllare la fase emotiva e primitiva del comportamento."
E’
indubbiamente vero che la temporalità è una necessità interiore, sia che
interessi il tempo vitale, sia la coscienza del tempo.
Abbiamo
bisogno di proiettarci nel futuro per dare al passato un senso definito, ma
abbiamo bisogno anche di spezzare le catene che imprigionano nel passato per
uscire da una malinconia patologica.
E nel
presente adattiamo il tempo al nostro stato d’animo, lo dilatiamo, lo comprimiamo,
lo sospendiamo per dare respiro al pensiero e alla fantasia.
Per nostra
fortuna ci è stato dato in dono, nascendo, la capacità di fantasticare, sognare
ad occhi aperti, giocare a rimpiattino col tempo, creare e costruire opere che
sfidano i secoli, trasmettere la vita, riempirla di suoni e di colori.
E se è vero
che il tempo corrode, l’arte difende il tempo dalla sua corruzione e il cinema libera
l’arte dall'immobilismo ricostruendo il tempo attraverso la moltiplicazione di
tanti “presenti”.
Il cinema ha
il potere di immettere l’attimo in una
temporalità sintetica.
Esso rappresenta
uno spazio e un tempo irreali, ma produce uno spazio e un tempo reali nello
spettatore, che si immerge in una realtà prestabilita dove lo spazio è in
funzione del tempo, e il tempo coincide col tempo della narrazione
spazializzata.
Il presente di
un incontro può diventare un vissuto interno legato sia alla memoria implicita,
sia al passato remoto di un’infanzia rimossa.
E un
sentimento nuovo si crea nel processo, nella narrazione e nelle emozioni, che
si collegano agli affetti primari.
Il tempo lo
si attraversa, lo si dilata, lo si trasforma, lo si rovescia, lo si dipana, lo
si ricostruisce, lo si riporta indietro fino a quando il passato non si
riannoda al presente e il tempo della vita non trova gli strumenti per essere vissuto con
maggiore consapevolezza.
Agnes Varda in
“Clèo dalle 5 alle 7”
riesce a condensare una vita in due ore.
E’ la storia
di una giovane donna, ricca e viziata, che attende il risultato di un esame
radiologico, convinta di avere un cancro.
L’esperienza
del tempo in una persona che aspetta un verdetto di morte è un tempo
pietrificato, frantumato, un tempo che agonizza.
L’incontro
casuale con un giovane soldato in partenza per l’Algeria trasforma la sua
disperazione in una nuova capacità di guardare la vita.
Clèo aveva
vissuto una vita nell’insignificanza di un superfluo distraente; l’esperienza
nuova di un tempo interiore la porta a raccogliersi nella contemplazione di
ogni momento e a recuperare la sorgente dei valori.
Due realtà e
due mondi si incontrano e nel tempo reale di due ore accade il recupero di
due vite.
Clèo e il
soldato, ciascuno con le proprie paure e i propri desideri, attraversano le
emozioni più diverse e contraddittorie e in queste alternanze di sentimenti che si estendono e si dilatano passa nella mente tutta una vita, fino a una
lucida presa di coscienza della propria identità.
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| Agnès Varda, Cléo dalle 5 alle 7 |
Cogliere il
mutamento è un’operazione complessa, riuscire a trasmetterlo è un atto d’amore.
Il cinema,
quando è arte, può, come in un sogno condensare la vita in un giorno rispettando
“il prima”, “il dopo” e “il durante”.
Il cinema ha
il potere di trasformare il tempo nella materia del desiderio e, oltrepassando
la geometria dell’orologio, onnipotentemente dare forma e volto al magico e a l’immaginifico,
al mondo prima della vita e oltre la vita.
Inventa
mondi diversi per soddisfare il bisogno che l’uomo ha di spiegare l’ignoto e
contemporaneamente tenere sotto controllo tutto ciò che può generare angoscia.
Freud definiva “perturbante” ciò che genera angoscia e orrore, non escludendo
dalla categoria del perturbante tutto ciò che alberga nel nostro inconscio di
arcaico, di nascosto, di segreto, di inaccettabile.
Dimenticare
è come entrare nel tempo senza tempo dell’oblio.
Ma ciò che
si è vissuto, affermava Proust, non può essere cancellato, gli istanti
dimenticati si incarnano e si nascondono magari in qualche oggetto, come accade
alle anime dei defunti nelle leggende popolari.
Poi
l’incontro casuale con quell’oggetto o quell’immagine, e la sensazione che ne
deriva, suscitano la resurrezione del passato e cedono il posto alla memoria, unica
possibilità di contrastare la morsa distruttrice del tempo.
Quando in
un film una scena, un episodio, un’atmosfera particolare scatenano emozioni e
suscitano sentimenti, il tempo reale
lascia spazio al tempo interiore, quello del ricordo, della riflessione, della
trasformazione: il mondo interno dello spettatore si confonde con quello
rappresentato in un gioco di proiezioni e introiezioni.
Ingmar
Bergman ha nei suoi film declinato il tempo e le sue trappole attraverso tutte
le età della vita.
Ne “Il posto delle fragole” il tempo è cristallizzato nella mente del professor Isak Borg, chiuso dietro la facciata di rispettabilità e conoscenza scientifica ma con occhi e bocca chiusi al bisogno degli altri.
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| Ingmar Bergman, Il posto delle fragole |
Tempo
simbolizzato da un orologio senza lancette, sinonimo di morte interiore.
Il tempo dell’adolescenza
popolato di speranze e di sogni.
Il tempo
dell’infanzia, della solitudine, dell’odio, della paura, il tempo vuoto della
noia, il tempo pieno dell’attesa ma anche del desiderio, dell’amore, della
gioia, della meraviglia infantile.
Il tempo
impiegato alla ricerca vana di una felicità inesistente in “Sorrisi di una
notte d’estate”.
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| Ingmar Bergman, Sorrisi di una notte d'estate |
Il tempo della
partita a scacchi con la morte descritta ne “Il Settimo sigillo”, dove Antonius Block si confronta con l’insondabile del mistero e del destino.
L’illusione
di possedere il tempo per combattere la morte.
Scriveva
Agostino ne Le Confessioni:
-E’ inesatto dire che i
tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i
tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del
futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non
vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la
visione, il presente del futuro l’attesa.-
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| Agostino, Le Confessioni Einaudi, Torino, 1966 |
Memoria,
visione, attesa.
In nessuno
di questi tre attributi del tempo è ravvisabile il potere dell’uomo di
possedere il tempo sconfiggendone la caducità.
Concetti di
un tempo astratto, circoscritto e condizionato dagli abissi dell’interiorità
dove il tempo si articola in base alle esperienze della vita.
Il tempo
della depressione, ad esempio, quando le ore non trascorrono mai perché il
tempo si è fermato.
Il tempo
dell’angoscia dove il presente incombe a sconfiggere un futuro.
Il tempo
dell’attesa e della speranza, un tempo che corre precipitosamente verso un
altrove o che si frantuma dissolvendosi nella disperazione.
Il tempo
della malattia e quello dell’amore, il tempo del desiderio.
Scrive
Reiner Maria Rilke “ Noi ce ne andiamo, Malte, e mi pare che tutti siano
distratti e indaffarati e non abbastanza attenti quando ce ne andiamo. Come se
cadesse una stella filante, e nessuno la vedesse, nessuno avesse formulato un
desiderio. Non dimenticare mai di formulare un desiderio, Malte. Mai rinunciare
ai desideri. Io credo che non ci siano adempimenti ma desideri che durano a lungo,
tutta la vita, tanto che non potremmo aspettarne l’adempimento.”
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| I quaderni di Malte Laurids Brigge trad. it.di G. Zampa, Adelphi,1992 |
Nel testo di
Kitty Ferguson “La musica di Pitagora”, un testo sulla musica delle sfere e
l’armonia dell’universo, si legge che “oggi molti scienziati e filosofi
aderiscono alla fede pitagorica che la verità dell’universo sia intrinsecamente
matematica e che sia possibile cogliere frammenti di tale verità usando il
nostro livello umano di matematica.”
Un'altra maledetta
trappola.










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