GLI INNAMORATI


Gli innamorati non vivono del rapporto dei due protagonisti con l’ambiente e i personaggi che lo circondano, come accade alle altre opere goldoniane.
Tutta l’azione si svolge all’interno di loro stessi, del loro modo di amarsi e insieme di ferirsi, di lasciarsi e di perdersi.
Giovanni Antonucci



Guardavo la mano di Lisetta, lunga ed elegante come Clorinda, intrecciarsi a quella del suo fidanzato americano.
In ultima fila la vedova Flamminia  sorrideva al Conte Roberto ma ignorava Tognino, preferendo accarezzare le gambe della sua giovane amica.
Il giovane Fulgenzio dal fulgido futuro, accanto al silenzioso Succianespole, guardava fuori dal finestrino pensieroso.
Accanto a lui, nell’altra fila quasi in disparte, Ridolfo sembrava stanco e affaticato come doveva esserlo Goldoni dopo aver finito la sua opera.
L’esatto opposto  era Eugenia, che si muoveva e sorrideva felice sognando  l’America, rigogliosa come una primavera innamorata della vita e dell’amore.
Accanto a lei zio Fabrizio guardava curioso, come a chiedersi chi fosse questo intruso, ma bastava guardarlo e accennare un piccolo sorriso per vedere il suo viso illuminarsi sereno.
La compagnia degli attori era tutta lì.






Andrée non c’era, ma era presente nelle parole di Lorenzo, la sua estensione, mentre Fabio scattava la foto, ricordo di quel breve viaggio verso Lodi, verso l’ultima replica. 
Il Teatro alle Vigne è una vecchia chiesa sconsacrata a pochi passi dal centro.
Raggiungerla con il pulmino sembra un’impresa titanica per il goffo autista in perenne conflitto con il navigatore.
Scende, chiede, si dispera e chiede scusa.
Dopo qualche giro a vuoto Lorenzo il magnifico l’aiuta e la meta è raggiunta.
Ci accolgono ragazzi partiti all’alba per preparare il teatro, montare le luci e allestire il palcoscenico; hanno gli occhi rossi ma sono allegri e contenti del loro lavoro.
Il palco è un po’troppo alto, la platea è stretta e lunga.
Gli attori dovranno tenere alto il tono della voce perché tutti possano ascoltare.  Avranno giusto il tempo di uno spuntino prima che il teatro si riempia.
Poi partono sicuri, a rappresentare la difficoltà di amare ed essere amati in un clima di incertezza in cui prevalgono vanità e sospetti, dove la paura di perdere prevale su tutto.
Quanto è attuale il teatro di Goldoni!
Marina è davvero brava, la sua gestualità e la sua voce la rendono ancora più bella e desiderabile, nonostante interpreti un personaggio frenetico come il mondo che ci circonda, pronto ad abbracciarci in un attimo e lesto a rifiutarci il momento dopo.
Matteo le tiene testa con bravura, ha tanta fisicità e non sembra affatto il più giovane interprete della compagnia, Umberto è superlativo come gli aggettivi che sciorina e sa esaltare la comicità della commedia, Andrea è perfetto nei movimenti lenti e nei rapidi scatti, Silvia ha una voce meravigliosa che accompagna una grande presenza scenica.
Alberto, con una candida vestaglia ed una sciarpa si trasforma da ospite elegante a scrittore dell’opera con estrema naturalezza, mentre Roberto regala voce e posture ideali al conte intruso. Elena è meravigliosa: magnifica serva, fantastica cognata, attrice vera.
Lo spettacolo scorre leggero, con equilibrio e ritmi apprezzati da un pubblico, a volte timido, che finirà per sciogliersi in un caloroso applauso, il giusto premio ai miei nuovi amici.
Lorenzo ha visto lo spettacolo seduto accanto a me, nell’ultima poltrona a destra in metà sala.
Due volte ha sussultato.
La prima durante il primo atto, quando il suo orecchio attento percepiva il coro di un gruppo di festanti, che al di fuori dal teatro avrebbero potuto disturbare la commedia; la seconda alla fine della rappresentazione, per correre davanti al palcoscenico ed applaudire per primo i suoi attori.
Lo spettacolo è finito, il pubblico sorride e torna a casa.
In breve tempo gli attori escono e salgono sul pulmino.
I ragazzi che prima ci avevano accolto ci salutano e tornano a lavorare per smontare quel palco fresco di giornata.
Hanno gli occhi ancora più rossi, ma sono sempre allegri e contenti del loro lavoro.
Saliamo sul pulmino, sediamo sugli stessi posti dell’andata.
Purtroppo anche l’autista è lo stesso di prima ed ora inizia a combattere con le luci interne del pulmino, continuando a chiedere scusa.
Infine si spengono le luci, ma in poco tempo raggiungeremo Milano.
Il tempo che serve per ricordare che ho guardato loro, gli innamorati del teatro, proprio come scriveva Erri de Luca.
Ci si innamora da vicino, ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto su un gradino mentre gli altri ballano.
Erri de Luca - Tu, mio – Feltrinelli, 1998 

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