LELA WAKAN - Rinascere nel centro

Andiamo 
ella disse
Non voglio una casa.
Voglio una tenda 
che sia rotonda come il giorno,
il sole,
il cammino delle stelle,
le stagioni.

II rito dell'Onikare o Inipi, meglio conosciuto come tenda sudatoria, è il più antico cerimoniale di purificazione delle popolazioni originarie del Nord America.
Al pari di un esperimento alchemico, col quale presenta molte analogie, vengono in esso utilizzate tutte le potenze del cosmo attraverso i quattro elementi: la terra con i suoi prodotti, il fuoco, l'acqua e l'aria.
Tramite l'Inipi il pellerossa non solo rigenera il suo corpo, liberandolo da impurità e malattie, ma raggiunge la condizione di Lela Wakan, lo stato di sacralità e di potere, indispensabile per camminare in bellezza ed armonia con tutto l'universo e gli esseri che lo popolano.
L'interno della capanna è infatti una rappresentazione dell'universo e come tale contiene tutte le creature e le cose del mondo che a loro volta usciranno purificate dal rituale.
Al tempo stesso, la capanna rappresenta il principio cosmico femminile, coniato nella forma circolare, forma che racchiude tutti i potenziali fenomeni di fine ed inizio.
Inipi è dunque utero ancestrale, grembo eterno che genera la vastità sconfinata dello spazio, fertile luogo mitico nella cui oscurità germinano visioni di Wakan-Tanka, la realtà ultima.

Vediamo ora d'illustrare come si svolge il rito della tenda sudatoria e, almeno in parte, i suoi significati simbolici, mettendo in chiaro che qui tale impresa può solo dimostrarsi riduttiva di fronte all'onnicomprensività della cosmogonia pellerossa.
Consiglio, pertanto, a coloro che volessero penetrare più a fondo lo spirito pellerossa, l'incontro con due testi essenziali e di appassionante lettura.
II primo, Alce Nero parla, è il testamento spirituale del popolo Sioux, uno struggente “canto funebre” dalla viva voce di un suo uomo di visione.
L'altro, I letterati e lo sciamano, di E. Zolla, raccoglie il messaggio d'Alce Nero e, senza indebitamenti antropologici, restituisce il popolo rosso alla comprensione europea, in un saggio intessuto d'incantesimi e magiche intuizioni.


La struttura della capanna è fatta di dodici flessuosi rami di salice, piegati e legati in modo da formare una cupola, la cui disposizione indica i quattro quadranti dell'universo e i quattro sentieri del mondo.
I rami di salice, le cui foglie muoiono in autunno per rivivere a primavera, ricordano che anche gli uomini muoiono ma possono rinascere, qui sulla terra, nel respiro di Wakan-Tanka, se purificano corpo e mente col fuoco sacro.
Lo scheletro di rami viene poi ricoperto da pesanti stoffe di lana e da pelli di bisonte, lasciando soltanto una piccola e stretta apertura.
Questo ingresso è sempre rivolto ad Est, la direzione da cui proviene la luce della saggezza, e a dieci passi da esso viene costruito il focolare, detto “fuoco eterno”, per scaldare le pietre.
I bastoncini del focolare sono disposti secondo un ordine che tiene conto dei punti cardinali, cosi come le pietre raccolte in luoghi di potere.
Si accende quindi il fuoco.
II passo seguente consiste nello scavare una buca circolare al centro della capanna dove porre le pietre incandescenti.
L'operazione si esegue conficcando un bastone di legno di pioppo (lo stesso del totem) al centro della tenda e tracciandovi attorno un cerchio con una corda di cuoio non conciato.
Con la terra rimossa si forma un piccolo e breve sentiero, “il sentiero della vita”, all'esterno verso oriente, facendolo terminare in un piccolo tumulo.
Si preparano poi foglie di salvia selvatica e orci d'acqua sorgiva da gettare sulle pietre infuocate, al fine di ottenere vapore profumato.
A questo punto, tutto è pronto per l'inizio del rituale.

Colui che conduce il rito entra da solo nella capanna recando con sé la pipa sacra, e dopo aver compiuto il giro di Inipi, secondo II senso del cammino del sole, si siede ad occidente della buca centrale e depone del tabacco ai quattro quadranti.
Brucia, quindi sopra un tizzone ardente, introdotto nella capanna, dell'erba ierocloe, purificando col fumo il proprio corpo, la pipa, e scacciando, in tal modo, “quel che non è buono” da Inipi.
Offre poi prese di tabacco ai punti cardinali, ai cieli e alla terra, e cosparge di salvia il suolo.
In fila entrano infine gli altri partecipanti, seguendo il movimento del sole, e solo l'aiutante resta fuori.
L'aiutante, a mezzo di un bastone biforcuto, porta le pietre ormai cocenti e le deposita, quattro ai bordi esterni della buca, e via via le altre fino a riempirla.
La pipa passa da mano a mano, sempre secondo il cerchio del sole.
Ognuno ripete metodicamente i gesti già eseguiti dall'officiante, gesti senza tempo, la cui origine è la creazione del mondo stesso.
“Hi-iei-hey-i-i potenza alata là dove il sole tramonta e nascono le acque purificatrici”.
Essi pregano “Hey Nord, da cui vengono i venti purificatori e iI tuono, Est fonte di saggezza, Hei-Hi-Hei Sud, origine e fine di tutte le esistenze”.
L'aiutante chiude l'apertura, e l'oscurità che cade nella capanna è la tenebra stessa dell'ignoranza, il buio spirituale di passioni e desideri illusori.
Quattro sole volte si aprirà l'ingresso nel corso del rito, a ricordo delle quattro età in cui il popolo della terra ricevette la luce.
Da questo istante saranno le pietre, liberate da tutta l'energia a loro infusa dal legno che l'aveva ricevuta dal sole, volto materiale del Grande Spirito, a spiegare il loro potere.
Le pietre sibilano, gridano, ruggiscono, quando i poteri dell'acqua e del fuoco si congiungono e sprigionano il vapore che ridà la vita.
E mentre il calore sale, bruciando i serpenti annidati nell'anima e nel corpo, dentro l'Inipi continuano i rituali e si levano i canti.
I partecipanti bevono acqua sorgiva e infusi di lobelia, sambuco, creosote, erbe, che eliminano i veleni dai pori, si massaggiano iI corpo e aspirano il vapore della salvia.
Ancora la pipa di argilla rossa è offerta agli angoli del mondo, ancora i cieli, la terra, gli alberi, gli esseri alati, quelli che strisciano, i bipedi e i quadrupedi vengono ringraziati.
Sale avvampando il calore, più alto salgono gli inni sacri.
Il rituale può durare l'arco di un'intera giornata, da alba ad alba, per concludersi quando all'orizzonte appaiono le prime striature candide: i capelli del creatore.
L'ultimo saluto, prima di lasciare la capanna, è riservato alla madre terra, colei che nutre il corpo e a cui II corpo ritorna, prima di versare il liquido avanzato sulle pietre ancora roventi.
La porta viene infine aperta con l'augurio che la luce entri non solo negli occhi ma, e soprattutto, nell'occhio del cuore, la dimora umana dello spirito.
A questo punto, gli uomini e le donne che escono da Inipi, con il cuore bianco come la neve, sono pronti a rendere sacra ogni azione e impresa: dall'essicare la carne al raccogliere bacche, dal gioco d'amore alla battaglia.
Dovunque essi vadano il centro è in loro.
Come intende la poesia di un bianco: 
L'indiano ha un luogo dove andare,
là oltre la frangia del sogno.

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