IL TERZO GIORNO
"Strana
immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri"
"Somigliano
a noi" rispose.
Platone, Repubblica, libro VII
Il
suo titolo?
“Terzo
giorno e altri racconti” di Marco Felloni, edizioni La Carmelina.
Mi
capita tra le mani per caso quando ho appena finito di leggere “La Caverna ” di J. Saramago.
Tra
la fine di un libro e l’inizio di un altro ho bisogno di far passare un po’ di
tempo. Per
separarmi con garbo dagli amici di una storia, prima di incontrarne altri. Inizio
a leggerlo e non mi fermo più fino alla fine.
Sono
ancora nella caverna di Saramago o in quella del mito di Platone.
Fuori
gli uccelli cinguettano, liberi aldilà delle inferriate dell’ospedale
psichiatrico.
Dentro
il vecchio Hans, curvo sulla schiena,
lava il pavimento del lungo corridoio
buio che collega le ottocento stanze del sanatorio definendolo “il lungo
cammino verso la luce”.
E’
la luce di una finestra quella che per Hans segna il termine della fatica.
Oskar
Panizza (pseudonimo di Leopold Herman)
psichiatra e scrittore dell’800 decide di fingersi malato di mente e rimanere
in ospedale fino alla morte.
Il
suo anelito di libertà è troppo forte per poterlo adeguare alla apparente
libertà che il mondo può offrirgli.
E’
sul mappamondo, ovvero solo nella fantasia, quel luogo dove la mente può
finalmente riposare.
Ma
può considerarsi sano chi recita sul palcoscenico della vita ruoli nei
quali perde se stesso senza averne
consapevolezza?
E’
nella speranza di una risposta d’amore, il proiettare parti di sé su chi non
farà mai spazio nella mente e nel cuore?
“La
mia, dice Panizza, è una depressione affettiva con piena consapevolezza del mio
stato… è come se assistessi alla mia vita come a uno spettacolo deplorevole
offerto da un’altra persona che non sono io.”
E
nelle pagine di Felloni Panizza diviene simbolo emblematico di uno stato di
sofferenza, di disagio, di dolore, tali da rendere insostenibile qualsiasi
prova.
E
allora la pazzia, che qualcuno ha definito “sorella povera della poesia”
diventa un rifugio, o l’ultima difesa nei confronti di chi si arroga il potere
di interdire, di giudicare, di far uso della “verità” scientifica per “mettere
a un angelo la camicia di forza”.
Martine,
innocente come un angelo, aveva trovato un suo equilibrio in un suo mondo interiore.
Un
carrettino cigolante per portare a spasso le sue fantasie e un dolce sorriso.
Poi
l’insofferenza di chi ha scelto di prendersi cura di chi soffre, un giorno ha
distrutto il suo equilibrio.
Il
carrettino dava fastidio.
Simpatia,
empatia, antipatia, apatia sono esperienze diverse di pathos e un confronto tra
spazi mentali diversi.
Nel
racconto “L’Attore” il bisogno del figlio di abitare lo spazio mentale del
padre per un po’, solo per un po’, è la conditio sine qua non per vivere o
morire.
In
questa realistica finzione della vita, l’attore/figlio ha preparato la scena
per 10 anni quindi non può che essere perfetta.
“La
voce che trema non è sempre un difetto nella recitazione” è l’incipit del
racconto.
E
siamo in un mondo in cui la voce diviene respiro, pneuma, anima, soffio di un
dio che dà vita alla materia inerte.
Nel
mito della caverna Platone immagina i
prigionieri venir fuori dalla grotta (interiorità) portandosi dietro le loro
ombre e le loro immagini che diventano fantasie quando si proiettano sullo
specchio dell’acqua.
E
l’acqua che scorre è il modello di schermo per eccellenza dove la vita e la
morte giocando a rimpiattino tra realtà e finzione, fanno confusione tra
vittima e aggressore.
“Cosa
ci vuole in fin dei conti, a tagliare i nodi dei tuoi mille dubbi?
Basta
essere un buon attore, che ha i tempi giusti del fare e del non fare”
Mentre
il padre, vissuto dal figlio come “un robot programmato per far soldi” muore, nei suoi occhi spalancati c’è una
singolare pietà per il destino del suo uccisore, rimasto solo e indifeso nella
giungla della realtà.
Quando
il dramma ha raggiunto il suo acme, si legge, la parola deve essere piana, la
voce sottotono.
“Pronto,
polizia? Sono il figlio. Ho appena ucciso mio padre.”
Percorrere
il lungo cammino verso la luce.
E’
il leitmotiv del libro. Sete
di conoscenza e fame d’amore.
In
“Cavalcando l’Ipomea”, Andrea ha ingerito i semi dell’ipomea blu, per sperimentare
una diversa realtà.
Uscendo
dal mondo reale regredisce via via.
E’
nudo in una quasi condizione prenatale, dove la voce non dà più senso alla parola ma è
straniera all’Io.
“Cammino
su un terreno argilloso sento un odore di foglie fresche devo essere proprio in
una grotta”.
Forse
è indispensabile ritornare ad essere nudi, spogliarsi di qualunque corazza
difensiva e qualsivoglia ruolo per entrare nella “Casa dell’Amore”.
Non
si può pretendere di placare la sete con una goccia sola, dice Sigfried a
Panizza. Bisogna
bere tutto d’un fiato.
La
vita non può essere solo un esperimento.
Sul
palcoscenico della vita dove tutti si danno un gran da fare per apparire
urlando, Felloni ha sommessamente aperto un varco verso quel “Concilio d’Amore”
che prelude forse alla vera libertà.
L’autore
ha creato dei personaggi, prendendoli dalla realtà ma soffiando in ciascuno di
essi un po’ della sua anima.
Leggere
questo libro può essere il ritrovare una parte di sé.
Se
si vuole.



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