FASCINAZIONE E TIMORE DELLA PAURA
Ricardo
Menéndez Salmòn nel suo libro “L’offesa” parla di Kurt, un giovane sarto
tedesco che, arruolato nell’esercito nazista, svolge il lavoro di autista di
sidecar.
Avendo
assistito a uno dei tanti massacri di civili nella Francia occupata, Kurt mette
in atto un meccanismo di difesa insolito: perde qualunque sensibilità fisica ed
emotiva al dolore e diventa un caso clinico.
L’impossibilità
a reagire con i normali meccanismi difensivi quando la paura supera i limiti di
sopportazione, invade prepotentemente la mente fino al fallimento del corpo
come frontiera tra il mondo esterno e il mondo interno.
“C’è
qualcosa nell’insieme di un uomo che sfugge alla mera somma delle parti che lo
compongono. Ipotizzare che queste parti abbiano una vita indipendente dall’uomo
che le riunisce, non è una semplice metafora”.
“Un uomo senza corpo può essere consapevole di
se stesso – scrive ancora l’autore – perché è evidente che il corpo nella vita
pratica è la frontiera che si innalza tra ogni uomo e i suoi simili, o tra ogni
uomo e il luogo dove trascorre il suo tempo: il mondo. … Di fronte alle
aggressioni del mondo il corpo si tutela… ma come reagisce in presenza
dell’orrore? … Lo spettro di risposte che l’orrore genera nel corpo è
vastissimo. Il corpo sorprende per la sua plasticità. Ci sono corpi che si
chiudono e corpi che si aprono. … Ma può un corpo dire: basta, non voglio andare
oltre, questo è troppo per me. Può un corpo dimenticarsi di se stesso?”
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| Ricardo Menéndez Salmòn L'offesa Marcos y Marcos - Milano 2008 |
Una
pseudo autonomia di pensiero isola la mente e blocca il corpo in una inconsapevole
prigione.
Scrive
Didièr Anzieu in L’epidermide nomade e la pelle psichica: “L’autonomia
richiede l’alternanza della chiusura protettiva su di sé e dell’apertura
stimolante sull’esterno”, e penso alla funzione attribuita all’Io visto come la superficie
dell’apparato psichico e la proiezione della superficie del corpo sulla
superficie psichica.
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| Didièr Anzieu L'epidermide nomade e la pelle psichica R. Cortina, Milano, 1992 |
Abel
Ferrara rappresenta metaforicamente la paura sottesa agli orrori del XX secolo
attraverso la creazione di uno specchio fantastico, una favola senza
consolazioni, che fa paura, che degrada, che spinge i suoi personaggi nella
solitudine più profonda, mimando la
mente che sta dietro. E ancora il corpo diventa proiezione della paura, involucro
di sensazioni avulse da emozione, ambiguo rappresentante di un falso Sé . In
The Addiction, una studentessa, Kathleen, aggredita di notte con morsi sul
collo, contrae un virus che le infetta non solo il corpo ma anche la mente. Vaga
per le strade di N.Y. alla ricerca di vittime che soddisfino la dipendenza per
il sangue. Il meccanismo di difesa dalla paura è l’identificazione con
l’aggressore, il “male” diventa una dipendenza, una addiction appunto, un vizio
difficilmente estirpabile.
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| The Addiction, Abel Ferrara, 1995 |
Vivere
in un mondo ad alto rischio porta davvero all’acquiescenza del male?
Ad
esempio, leggere o vedere in TV quotidianamente atrocità diverse come se non ci
riguardassero, cambiando canale magari per non essere disturbati rappresenta lo
specchio della nostra confusione, della nostra vulnerabilità e inadeguatezza a
tener testa all’angoscia?
La
paura diventa sconforto.
Nel
1971 nell’Università di Stanford, in California, il professore Philip Zimbardo
organizza un esperimento di “prigionia simulata”.
Il
regista Oliver Hirschbiegel ne farà un film: “Das Experiment”.
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| Das Experiment, Oliver Hirschbiegel, 2001 |
Vengono
scelti dei giovani maschi normali, a metà di loro viene dato il ruolo di
guardie, all’altra metà di prigionieri.
Questi
ultimi vengono portati nella prigione simulata, schedati, denudati, bendati,
sparsi di disinfettante, vestiti da galeotti.
All’altra
metà vestita con uniformi kaki viene dato un manganello e un fischietto.
La
durata dell’esperimento è prevista per
due settimane; ebbene dopo due giorni, il “gioco” deve essere interrotto
perché le guardie hanno preso tanto sul serio il loro ruolo da essere arrivati
ad infliggere ai compagni sofferenze fisiche e psichiche insostenibili.
La
domanda che viene spontanea è: il confine tra il bene e il male è davvero così
esile?
Il
male e il bene si scambiano continuamente di identità.
Ce
lo racconta Martin Scorsese in “The Departed” uno dei film più cupi, pessimisti e
disperati di questo autore che consegna all’immaginario collettivo del nostro
presente una avvincente e feroce riflessione su chi è costretto ad alienarsi da
ciò che è per entrare in una dimensione che non gli appartiene.
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| The Departed, Martin Scorsese, 2006 |
“La
strada è il luogo dell’azione, l’inferno della strada è la strada verso
l’inferno”, scrive M. Morandini, “Il male trionfa dove il bene è un’ombra più
che un’opzione”.
Un
poliziotto, cresciuto in un quartiere violento, viene infiltrato nella banda di
Frank Costello, mentre un altro poliziotto agisce nell’interno della polizia
agli ordini di Costello.
Scorsese
rende “universale l’ambiguità morale e fisica di queste doppie vite.
Siamo
in pieno delirio di identità, doppie, triple, multiple, dove nessuno è onesto,
non solo nei confronti degli altri ma innanzi tutto nei confronti di se stesso.
Può
un’identità di ruolo essere così forte rispetto all’identità della persona?
Qual
è il confine?
I
confini non sono sempre luoghi di transito, né sempre zone che delimitano ma
esistono confini che sono barriere, passaggi invalicabili oltre i quali c’è
solo l’immaginazione.
Quale
paura arcaica rende ciechi e sordi al dolore dell’altro o di stesso?
Ogni
rottura di un equilibrio morfologico e strutturale, ogni interruzione di un
continuo, ogni morfogenesi biologica o psicologica rappresenta una catastrofe.
La
vita è costellata di catastrofi fino alla catastrofe ultima, ineluttabile, alla
base di ogni paura: la morte.
E
per combattere la paura della morte mettiamo talvolta in atto operazioni
distruttive operando una scissione tra il mondo interno e il mondo esterno.
L’analisi
riporta l’origine dei vari tipi di paura al primitivo rapporto del bambino con
la madre, per cui l’angoscia legata alla
paura dell’annientamento sono le inevitabili condizioni del neonato impotente
nei confronti della madre onnipotente e incontrollabile.
E’
proprio la percezione precocissima dell’oggetto-madre a dare il via alla
struttura psichica fatta dell’alternanza tra situazioni e oggetti interni e
situazioni e oggetti esterni.
Il
film di Scorsese è la metafora dell’abbandono, della solitudine, della
menzogna, in un’atmosfera angosciosa e inquietante dove il contenitore
possibile è la morte incipiente.
Nella
profondità della mente la verità, legata alla vita, non viene sempre
tesaurizzata perché è gravata da sofferenza mentale, foriera di morte.
Per
esorcizzare la paura legata a tale insostenibile sofferenza, è necessaria la
presenza di un contenitore capace di raccogliere ed elaborare percezioni
scomposte ed embrioni di pensiero che si raddensano attorno all’esperienza
emozionale.
Se
il contenitore, madre, società, natura, non c’è o non è adeguato, la confusione
intrude nel corpo creando un disturbo delle sue funzioni e sviluppandosi
all’interno del gruppo sociale con una partecipazione non pensante.
Il
suo potenziale di violenza è corrispondente alla violenza della frammentazione
del pensiero che lavora al servizio della menzogna.
In
uno spazio delirante, luogo della mente, la verità non ha nessun interesse, non
si attua più nessun conflitto tra la verità e la menzogna, è irrilevante
qualsiasi verifica della realtà, non si elaborano i significati.
(Pensiamo
ad esempio alla situazione in cui la libertà di informazione è contrastata dal
controllo dei mass media ai fini della propaganda)
La
fissazione o la regressione a modalità difensive arcaiche come la negazione
messa in atto da Kurt o l’identificazione col ruolo dei giovani di Stanford, ci
porta a pensare che la relazione tra il soggetto e l’oggetto è in parte
fallita.
Il
corpo è diventato una barriera difensiva nei confronti sia del mondo esterno
che del mondo interno.
Gli
universitari di Palo Alto non costituiscono un caso clinico ma rimandano a casi
umani ben noti di uomini che aderiscono a comportamenti socialmente condivisi e
supportati dal ruolo.
D’altra
parte già negli abiti e nei rituali di degradazione, i prigionieri
confermano l’appartenenza a un mondo di inferiorità che purtroppo autorizzano
il comportamento dei carcerieri.
La
storia ci insegna che il confine tra il bene e il male è condizionato dalla
paura di appartenere al mondo dell’esclusione e dell’abbandono.
Nasce
da questa paura la dipendenza indiscriminata da figure genitoriali introiettate
capace di trasformare l’uomo in una sorta di robot.
La
capacità simbolica passa attraverso il soffrire la perdita dell’oggetto, il
tollerarne la perdita e lo sperimentare il desiderio di ricrearla dentro di sé.
Dalla
percezione dell’assenza e dell’abbandono nasce la paura originaria, prima
ancora che il pensiero abbia accesso al linguaggio.
Dal
legame tra il significante (oggetto presente) e la sua rappresentazione nasce
il simbolo.
Le
fiabe dell’infanzia, così come i miti nell’infanzia dell’umanità, hanno
aiutato a rappresentare ed elaborare le
angosce, suggerendo strategie di sopravvivenza e aiutando a razionalizzare le
paure istintive altrimenti insostenibili.
Il
cinema può continuare a svolgere questa
funzione.
Per
Fritz Lang ogni film nasceva come lotta dell’individuo contro forze superiori o
contro la violenza delle proprie pulsioni consce e inconsce e aveva equiparato
il film al sogno.
Rappresentare
la paura attraverso le immagini può equivalere ad elaborare un sogno
trasformandolo in conoscenza.
Il
cinema ha una certa attinenza col mondo onirico ma se da un incubo ci si
risveglia spaventati, dalla paura rappresentata si è attratti e come
affascinati.
Scrive
Davide Turrini su Segno Cinema: “Il
buio che accompagna le proiezioni è quello spazio vuoto che permette
all’inconscio di lavorare, scavare, elaborare, è l’assottigliarsi del livello
di sorveglianza conscia come quando si concede al sogno di dispiegarsi”.
La
sua funzione è rendere visibili i mostri che si annidano dentro di noi,
definire l’indefinibile, ponendosi come mezzo di riflessione sull’esistente
nella sua irrealtà, perché la visione delle immagini si insinua in questo
risvolto psicologico senza chiedere permesso.
Ma
come i bambini vogliono farsi ripetere le favole spesso cruente per poter
provare un brivido di paura e poi uscirne, anche lo spettatore desidererebbe
uscire dalla sala cinematografica avendo elaborato la paura.
Se
la finzione cinematografica ripropone con un realismo esasperato efferatezze e
crudeltà con compiacimento o quando nella realtà accadono cose di tale
inaccettabile violenza e follia da superare qualunque immaginazione, quando la
realtà supera l’immaginazione e la paura diventa insostenibile a un punto tale
da arrivare a distruggere se stessa, si è superato il limite e il confine
dell’umano, la paura ha ceduto il posto all’angoscia.
E
dall’angoscia ci si difende spesso con la negazione, la realtà viene
cancellata.
La
paura è uno dei meccanismi di difesa
fondamentali, la cui funzione è quella di attivare reazioni che servono a
preservare dai pericoli.
E’
una caratteristica esistenziale da mantenere e talvolta incrementare, imparando
però a distinguere la paura sana dalla paura patologica che immobilizza e
blocca il pensiero.
Pensare
è una necessità così come è una necessità rappresentarsi il mondo interno come
accade nel sogno.
Quando
il pensiero è chiuso in se stesso e ha sbarrato la strada a qualunque
elaborazione entriamo in un mondo patologico, la realtà interna è un incubo,
quella esterna un continuo pericolo dal quale difendersi.
Roman
Polanski nel film Repulsion ci trascina nell’abisso della paura mentale
tracciando un’inquietante analisi psicologica di una lenta discesa verso la
dissociazione psicotica.
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| Repulsion, Roman Polanski, 1965 |
Polanski aveva definito il film “il paesaggio del
cervello di Carol”.
Ed
è appunto la descrizione di un mondo
interno spaccato e delirante reso simbolicamente dalle crepe del muro e del
pavimento, dal disordine e dalla chiusura verso il mondo esterno.
C’è
la fotografia della famiglia nel film, che appare quasi di sfuggita e l’immagine di un padre dalle attenzioni
ambigue nei confronti di lei bambina.
La
figura paterna interiorizzata si è trasformata nel suo inconscio in qualcosa di
affascinante e insieme spaventosa, provocando la repulsione per qualunque
attenzione anche vagamente sessuale.
Il
delirio di essere posseduta e l’impossibilità che questo accada la trasformano
in carnefice pur essendo una vittima.
La
morte interiore che la possiede si esprime attraverso la morte che lei infligge
agli altri.
La
forza di questo film è la resa cinematografica del dolore, della paura, di una
realtà sporca, resa attraverso una Londra dalle strade sventrate, dalle
tubature in avaria, da un profondo senso di solitudine che viene amplificata
dai dialoghi: pochi, superficiali, vuoti di senso.
E
il pensiero corre per associazione alla quotidianità del nostro mondo, alla
sporcizia delle città, all’indifferenza nei confronti di chi ha bisogno, alla
solitudine dei vecchi che in una grande città possono morire da soli, ritrovati
giorni e giorni dopo dai vicini solo perché “si sente uno strano odore”.
Carol
mette nella borsetta un coniglio morto, lasciato in cucina dalla sorella
partita in vacanza col suo amante, l’odore della morte è in lei da sempre,
prima si chiamava solitudine, abbandono, violenza psicologica.
Polanski
ce la fa vedere e noi la comprendiamo perché la vediamo.
La
paura più grande per me sono gli occhi che non vedono la verità del dolore, è
la capacità di uccidere lasciando vivere soltanto il corpo, distruggendo l’innocenza, la speranza, la
memoria del passato, la fiducia nel futuro.
Mi
fanno paura le ideologie, il cattivo uso delle scoperte tecnologiche, i vari
“guru” che cercano di possedere e governare le menti, mi fa paura
l’erotizzazione esasperata che trasforma i corpi in oggetti senza valore, mi fa
paura l’avere tanta paura della morte da non riuscire a vivere la vita.
La morte è il limite della realtà che offende la fantasia
(Harold Brodkey)








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