LETTERA A LUCIA
Sabato 7 Giugno 1919
Carissima Lucia,
è passato un anno e il
tempo sembra essersi fermato.
Sapete che ricordo ancora il sorriso che
mi avevate regalato prima di scendere alla stazione?
Eravate così contenta!
Niente male per Voi, giovane operaia di
soli 19 anni!
Eppure eravate arrabbiata, perché se
foste stata un uomo la paga sarebbe stata molto più alta.
Solo quando Vi dissero che se non foste
stata una bella donna nessun uomo si sarebbe mai potuto innamorare di Voi,
regalaste nuovamente il Vostro sorriso, ma eravate così timida che Vi cadde il
cucchiaio che avevate portato con Voi.
Ricordate?
L’avevate in mano insieme ad una fetta
di pane.
Intendevate festeggiare la prima paga
con un piatto di minestra asciutta da 45 centesimi, anche se avevate il timore
di non poter acquistare il buono del refettorio perché avevate dimenticato a
casa la tessera del razionamento.
Eppure sono convinto che Voi, carissima
Lucia, abbiate poi consumato quel piatto di minestra asciutta.
Eravate troppo determinata per
arrendervi davanti ad un piccolo contrattempo.
Me ne accorsi quel giorno in treno,
mentre ad una Vostra collega raccontavate di Vostro padre, valoroso sergente
della Brigata Bergamo caduto a Pozzuolo del Friuli dopo la rottura del fronte
italiano a Caporetto.
Pensai che Vostro padre sarebbe stato
davvero orgoglioso di voi, ma intimamente non credevo che avrebbe approvato il
Vostro lavoro in fabbrica, perché avrebbe sicuramente preferito farVi
continuare gli studi e perché era impossibile per chiunque non notare in Voi
quel qualcosa di speciale, che nonostante la Vostra giovane età Vi differenziava da tutte le
altre lavoratrici.
Non sbagliavo di certo, anche se non
potevo credere ai miei occhi quando Vi vidi a Saronno addirittura con un libro
di Valentine de Saint-Point.
Molti uomini della mia età non sapevano
leggere e scrivere e Voi invece, così giovane ed audace, continuavate a
studiare nonostante le fatiche del lavoro, che Vi impegnava per 10 ore al
giorno.
Ora Vi posso confessare che ho faticato
sette camicie per trovare quel libro e conoscere finalmente le Vostre letture.
Lo lessi tutto d’un fiato, ma non
riuscii a capire.
Per Valentine de Saint-Point il
femminismo era un errore cerebrale della donna, alla quale non doveva essere
riconosciuto alcun diritto perché doveva vivere d’istinto, incitando gli uomini
alla guerra e procreare eroi.
Voi eravate una donna forte, educata e
rispettosa delle regole, decisamente contraria a quella guerra che Vi aveva
portato via un padre ed un fratello.
Ricordo quando in treno riuscii a
cogliere il Vostro sarcastico sorriso mentre ascoltavate le parole di quel
rozzo analfabeta, che sul suffragio universale si dichiarava d’accordo con
Giolitti, perché una donna -anche se diplomata o laureata- non poteva capire le
cose della politica.
Se anche la Vostra fosse stata una famiglia
di idee liberali, quel sorriso mi fece fantasticare sul nostro futuro. Vedevo
me come Filippo Turati e Voi come una novella Anna Kuliscioff, perfetta
compagna di vita e di ideali.
Certo, ora come ora dovrei comunque
attendere il 1922 per votare, ma sono convinto che un ventisettenne volenteroso
ed impegnato possa servire il mio paese molto meglio di un rozzo ed arrogante
analfabeta, non credete?
La lettura del libro di Valentine de
Saint-Point mi fu davvero utile, perché mi diede quel coraggio che fino ad
allora mi aveva impedito di proferire parola con Voi.
Non per il contenuto, sia chiaro, ma
perché finalmente avevo un argomento neutro sul quale poter affrontare un
dialogo con Voi, che altrimenti sarebbe potuto sembrare sfrontato ed
inopportuno.
Così cominciai a cercarVi tutte le
mattine in cui salivo sul treno a vapore per Milano, e il mio sguardo vagava e
vagava nella speranza di incrociare il Vostro.
Ricordo ancora quel Lunedì.
Ero in ritardo, e nonostante la lesione
al tendine che mi aveva permesso di essere esentato dalle armi, avevo fatto di
corsa tutta la strada per non perdere il treno.
Feci giusto in tempo a salire, ma nella
fretta inciampai e scivolai addosso ad un signore, che dopo le mie dovute scuse
e un piccolo rimbrotto, gentilmente mi aiutò a rialzarmi.
Fu proprio allora che alzai lo sguardo e
vidi il Vostro risolino divertito.
Vi sorrisi e non riuscii a distogliere
lo sguardo dal Vostro viso per alcuni secondi, che a me sembrarono eterni.
Non lo sapevate, ma già allora ero
innamorato di Voi, ed ogni volta che scendevate dal treno, una parte di me
scendeva con Voi alla stessa stazione.
Quella era l’unica parte di me che
trovava il coraggio di parlarVi e di esprimerVi i miei sentimenti.
Poi Vi lasciava davanti alla fabbrica e
ritornava in me, per riprendere il controllo delle mie azioni e ricordarmi di
scendere alla mia fermata.
Quante mattine ho perduto, cara Lucia.
Ogni volta che arrivavo all’Arco della
Pace e mi incamminavo verso l’ufficio delle Assicurazioni Generali maledivo me
stesso per non aver trovato il modo di rivolgerVi parola.
Mi consolavo soltanto al pensiero che la
mia laurea in matematica pura, che già mi aveva aiutato a trovare l’impiego
come matematico attuariale, mi avrebbe senz’altro aiutato a calcolare la più
alta probabilità di un incontro fortuito con Voi.
Dovete sapere, cara Lucia, che il
calcolo delle probabilità è proprio la mia specialità.
Giusto ieri in ufficio rileggevo la
relazione illustrativa sulla polizza di assicurazione a favore dei militari
combattenti, che avevo presentato in direzione due anni fa.
Avevo elaborato una metodologia per il
calcolo dei premi e delle riserve: monitoravo e stimavo a intervalli periodici
la congruità e l’andamento dei premi, che attraverso calcoli matematici e
statistici mi servivano ad attualizzare coefficienti e limiti di indennizzo.
Quando leggevo sulle decimazione dei
nostri soldati, non perché uccisi dal nemico, ma perché fucilati da Cadorna o
dai suoi generali per aver perso posizioni “di capitale importanza e facile
difesa” oppure perché colpiti alle spalle dal fuoco amico per non avere
avanzato con la dovuta solerzia verso il fuoco nemico, mi chiedevo se la Compagnia avrebbe dovuto
pagare, ma soprattutto che senso avesse il mio lavoro.
Elaborare le probabilità di un nostro nuovo incontro
sembrava dare un senso anche ai miei studi e sono certo che anche altri miei colleghi cercassero una
via per evadere da una realtà che soffocava i loro sentimenti di pace e di
amore.
Pensate che ho scoperto che un mio
ex-collega dell’ufficio di Praga nel tempo perso ha scritto un libro.
Parla di un uomo che si sveglia una
mattina come tante, prima di andare al lavoro, e scopre di essersi trasformato
in uno scarafaggio.
Vi sembrerà assurdo, eppure comprendo
bene questa situazione.
Prendere coscienza che questo mondo così
pieno di violenza e di incomprensione non ci appartiene, può facilmente indurci
a credere di essere dei diversi, degli emarginati, degli individui che i più
cinici calpestano come scarafaggi.
Da una cartella clinica dell’Ospedale
psichiatrico di Treviso ho letto: “In una ricognizione di pattuglia eseguita la
notte della Vigilia di Natale potetti acciuffare una dozzina di austriaci che
placidamente dormivano in una grotta. Ebbene detti soldati non erano uomini, ma
scheletri, non mangiavano da due giorni per mancanza di pane. Intanto i miei
soldati con sollecitudine offrirono loro delle pagnotte e alla vista di quel
ben di Dio per loro, allegri presero la via delle nostre linee. Non
dimenticherò mai in vita mia quei baci ricevuti dai nostri nemici.”
Cara Lucia, questo semplice atto di
umana solidarietà col nemico è stato considerato un atto di follia.
Se questo è davvero il nostro mondo,
sarei felice di essere uno scarafaggio.
Mi chiedo spesso come Vi siate sentita
Voi, costretta per necessità a costruire bombe nel reparto petardi offensivi,
sapendo che un domani quell’attrezzo sarebbe potuto diventare uno strumento per
uccidere altri padri e altri fratelli.
Ora la Guerra è finita, cara Lucia, e con la Guerra è finita l’epidemia
della spagnola, scomparsa nello stesso misterioso modo in cui era apparsa e che
è sembrata a molti il capitolo finale di questi anni di lutto.
Spero che tutto ciò che è accaduto
faccia riflettere, perché questa Guerra, combattuta su tutti i fronti, alla
fine non ha avuto alcun vincitore.
Il presidente americano Wilson auspica
la nascita di una Società delle Nazioni allo scopo di prevenire le guerre e
accrescere il benessere e la qualità di vita degli uomini.
Egli è stato accolto a Roma e a Milano
con tutti gli onori, ma mi chiedo se davvero seguiranno fatti concreti.
Tutti vogliono voltare pagina, ovunque
si desidera un cambiamento, anche nell’arte.
Alcune forme mi sembrano bizzarre come
il movimento Dada svizzero, altre estremiste come questa nuova forma
post-cubista di futurismo italiano, ancora fanatico e guerrafondaio, che Voi
avrete in parte riconosciuto leggendo il libro di Valentine de Saint-Point.
E’ normale che si cerchi un
rinnovamento: se la fine della Guerra è stata un sollievo, ora dobbiamo pagarne
le conseguenze.
Del resto l’inflazione è alle stelle,
l’Italia ha un debito pubblico triplicato rispetto a quello che aveva prima
della Guerra e la disoccupazione è arrivata a livelli allarmanti.
Il lavoro dovrebbe essere garantito a
tutti ed io mi sento fortunato ad averne uno.
Eppure anch’io ho paura.
Ho paura dei capitalisti che si sono
arricchiti con la guerra e sono disposti a tutto per difendere i loro interessi
e le loro speculazioni.
Ho paura dei contadini che occupano
terre promesse e non concesse, degli scontri sociali, di scioperi e sommosse.
Ho paura di questa classe media che
avverte la minaccia di perdere piccole proprietà e modesti privilegi ed è
pronta allo scontro col proletariato urbano e rurale.
Forse in fondo ho solo paura di perdere
il mio posto di lavoro.
Vorrei che ora Voi foste qui con me.
Il
Vostro amore e l’unità di una famiglia mi donerebbe la forza necessaria
a superare ogni mia paura.
Invece sono qui, sulla Vostra tomba, a
ricordare quel giorno maledetto, l’esplosione della fabbrica, i morti, le
donne.
Perdonatemi se non vi ho portato fiori
ma solo questo libro del Manzoni.
Spero possiate leggerlo. Nelle pagine
finali Don Abbondio prima tentennerà ma infine acconsentirà al trionfo
dell’amore.
Io sono Renzo e in questa pagina Vi
lascio questa lettera, dichiarazione del mio amore per Voi, che mai sono
riuscito a farVi di persona.





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