MEMORIA E SOGNO
Ricordare vuol dire mettersi
nella posizione di chi osserva qualcosa diversa e staccata da sé ad una
distanza ottimale che permetta di mettere insieme sia il sentimento sia la
capacità critica.
Ricordare è rivivere, ma in uno
stato mentale nuovo rispetto a quando gli avvenimenti sono stati vissuti, le
sensazioni sono state percepite, le emozioni ci hanno pervaso.
Nostalgia o dolore del ritorno.
Oggi posso sperimentare la
nostalgia, oggi posso ricordare, oggi posso recuperare momenti e, rivivendoli
come in un sogno, capirne di più il senso e scoprire dentro di me una maggiore
ricchezza di emozioni.
Il passare degli anni ha prodotto
come una stratificazione nel mio mondo interno. Capita sempre più spesso che la
pagina di un libro, una musica, un avvenimento fortuito scavino in queste
stratificazioni, e allora ritorna chiaramente un'immagine del passato o
un'emozione che subito si fa strada e trova posto nel presente e si pone come
ponte tra quello che ero ieri e quello che sono oggi, aiutandomi sicuramente
nella strutturazione di un nuovo pensiero rivolto al futuro. Il tempo, altro
non è che la comunicazione del passato con l'avvenire, attraverso il presente.
E la memoria è vita.
Marcel Proust affermava che il
suo romanzo “La rechèrche” avrebbe dovuto chiamarsi “Le intermittenze del
cuore”.
La memoria, diceva, è nel dramma
dell'esistenza che cerca di sfuggire alla morsa distruttrice del tempo,
rubandogli quegli istanti eterni ed indistruttibili che, come le anime dei
defunti nelle leggende popolari, si incarnano e si nascondono in qualche
oggetto materiale.
L'incontro fortuito con
quell'oggetto e la sensazione che ne deriva, suscitano la resurrezione del
passato e lo rendono vivo ed attuale. Questa sensazione-emozione dà
l'intermittenza del cuore.
Il meccanismo della memoria, per
Proust girava fuori dalla sfera dell'intelligenza che non può restituirci il
passato come le sensazioni e le impressioni in cui sono racchiuse materia e
memoria indipendenti da ogni volontà.
Proust interpreta la vita come “la
magica rovina su cui si edifica la vera, la sola realtà possibile, quella
dell'essenza e della memoria”.
Ma noi guardiamo al mondo e alla
vita sotto un'altra luce, non come "magica rovina"; né analizziamo la
memoria come nostalgia soltanto, cioè come dolore per ciò che non si è potuto
avere o non ci viene ridato, ma come riattivazione di quella processualità
affettiva che ha definito e caratterizzato le tappe emotivamente più
significative dello sviluppo della mente.
Il luogo privilegiato dove il
ciclo della memoria può realizzarsi è il sogno, ponte tra l'infanzia e l'età
adulta attraverso la memoria.
Attraverso il sogno possiamo
mettere in atto un'operazione ricostruttiva attuata dalla memoria, che proprio
nel sogno mette in relazione esperienze del passato e esperienze del presente.
Il contatto dell'individuo col
suo mondo interno, il mondo delle passioni, delle emozioni e dei sentimenti,
risponde al bisogno dell'uomo di dare un senso alla propria esistenza.
L'uomo è la rappresentazione del
suo mondo e in esso si identifica la sua capacità conoscitiva; è responsabile
dello stato degli oggetti interni che popolano la sua mente e degli oggetti
esterni che crea o con i quali entra in relazione.
Attraverso il sogno “teatro-interno”
nel quale la mente viene rappresentata da personaggi in relazione tra loro,
l'uomo diventa esso stesso fonte di conoscenza.
L'interesse che suscitano i sogni
affonda le sue radici nei primordi delle civiltà; ma il capire un sogno, oggi
come allora, equivale ad entrare nella profondità del mondo interno, svelare
quanto c'è di misterioso, recuperare la memoria di noi.
Nel campo della storia culturale
umana, anche se il sogno è per definizione un evento individuale, esso finisce
per rivestire un'importanza decisiva per l'intera società.
Ciò è reso possibile proprio
dalla dimensione religiosa del sogno che permette di fondare, per la società,
un'ideologia.
Gli Egiziani vedevano il sogno
come elemento di chiarificazione e mediazione per l'uomo tra il suo presente e
il suo futuro, i Babilonesi consideravano il sogno espressione dell'elemento
diabolico dal quale l'uomo era posseduto e dal quale doveva liberarsi. Incidevano
il sogno su una tavoletta di creta e la lasciavano nell'acqua fino a che con la
creta non si dissolveva il sogno.
La credenza nel valore oracolare
dei sogni, sia che si tratti di messaggi provenienti da Dio, dal demonio o dai
defunti, non è scomparsa ancora oggi.
Con Freud il sogno diventa la via
regia per l'inconscio, ma sia che riguardi l'inconscio individuale, sia che (con
Jung) riguardi l'espressione dell'inconscio collettivo, importante è cogliere
nella ricchezza dell'immaginario onirico quale rapporto esista tra le
esperienze della vita reale e il mondo interno.
Il lavoro della memoria,
collegato direttamente al lavoro della simbolizzazione, diventa una dominante
nella funzione elaborativa del sogno.
L'interpretazione di un sogno ha
insieme qualcosa di sacro e di privato; è come aprire una porta e ripescare
nella memoria emozioni, sentimenti, dolore, gioia, rabbia, passioni e riviverle
come se si riattualizzassero. Capita talora che antiche angosce legate
all'assenza o alla separazione, rendano intollerabile il dolore della
riattualizzazione, ed assistiamo allora ad una chiusura difensiva.
L'uomo dominato da tale angoscia
si nasconde in quelli che Steiner chiama “i rifugi della mente”.
In tale chiusura non c'è
relazione, la memoria è inibita, non c'è crescita ma solo involuzione.
L'Io, al di fuori del tempo, è
indebolito, le parti del Sé sono scisse e proiettate negli oggetti che
costituiscono “i mattoni coi quali è costruito il rifugio della mente”.
L'uomo è prigioniero di se
stesso, gira a vuoto in una sorta di fortezza narcisistica, o struttura via via
una personalità patologicamente organizzata.
Quando il sé è confuso con
l'oggetto, la mente produce solo pensieri concreti, comportamenti irresponsabili
e sogni evacuativi. Sogno e realtà si confondono, l'Io sfugge ai limiti della
propria identità.
Troppi esempi le cronache
quotidiane ci presentano perché se ne rendano necessari altri.
E la crisi d'identità individuale
trova immediatamente un riflesso nella crisi d'identità sociale, istituzionale,
politica, culturale, religiosa, ecc.
Forse c'è il nostro bisogno di
ricordare, di ricordare insieme e di sognare che, da una sinergia, possa
nascere una scintilla di entusiasmo e di curiosità per ciò che siamo, che
eravamo e che potremmo essere.
Mi torna alla memoria una pagina
di Thomas Mann. Si tratta di uno dei messaggi che mandava dall'esilio al suo
popolo tra il 1940 e il 1945. In esso emerge chiaramente il tema della
responsabilità e come il non voler prendere coscienza sia il motore della
perseveranza nel male.
Quanto più si persegue il male,
tanto più ci si irretisce disperatamente nella colpa.
Scrive nel 1942: “Voi sentite che
è avvenuto troppo per poter ancora retrocedere, perché vi coglie lo spavento
all'idea della liquidazione, della resa dei conti, dell'espiazione....
L'espiazione, per evitare la quale voi lottate, deve essere la vostra propria
opera, l'opera del popolo tedesco, di cui il vostro esercito, tra poco spossato
ed esausto, è una parte. Essa deve venire dall'interno: perché dall'esterno può
venire solo vendetta e castigo, ma non purificazione”.
E nell'interno della stessa
Germania, nel volantino di un gruppo studentesco (La rosa bianca), distribuito
a Monaco nell'estate del 1942 si legge: “Ogni tedesco onesto non ha forse oggi
vergogna del proprio governo? Chi tra noi intuisce quale somma di ignominia
peserà su noi e sui nostri figli, quando la benda che ora ci acceca sarà caduta
e si scoprirà l'estrema atrocità di questi crimini?”.
Ricordiamo i crimini nazisti
sapendo bene che qualunque crimine commesso sugli uomini da qualsivoglia
regime, in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo, gettano sul mondo intero la
vergogna e il senso di colpa. Affrontare un elevato senso di colpa è un compito
gigantesco, sentito come un macigno che schiaccia; anche la riparazione è
illimitata e non potendo reggere gli attacchi spietati di un Super Io,
individuale o collettivo, si tenterà di proiettare sugli oggetti esterni,
vittime a loro volta di attacchi che aumentano, a catena, l'angoscia e il senso
di colpa.
Il silenzio di una generazione,
dice J. Chasseguet-Smirgel (1988) nei confronti dei figli sui fatti della
storia, lungi dal cancellare la memoria o dal far superare i sensi di colpa,
provoca deformazioni e scompensi nelle future generazioni.
La colpa deve trovare il modo di
esprimersi per evitare che i fantasmi del passato ritornino sotto altre vesti.
“Ciò che era stato abolito dentro
di noi, a noi ritorna dal di fuori” (Freud, 1910).
E ora tentiamo di volgere lo
sguardo al mondo, cercando di sottolineare quanto c'è di problematico ma non
ignorando che molte forze sane e molte energie nuove alimentano la speranza nel
futuro.
Notiamo una tensione verso il
Nulla, verso l’annichilimento del tempo e dello spazio in una sorta di apatia
esistenziale; parallelamente notiamo lo scatenarsi della distruttività nei
confronti delle persone, dell'ambiente, dell'arte che è testimone del passato.
Sembrano atteggiamenti contraddittori,
eppure, in entrambi i casi, può esserci sottesa una fantasia di cambiamento,
perseguìta allucinatoriamente.
Quando la barriera tra sogno e
realtà crolla, l'Io si disintegra.
Una parte dell'umanità, la più
debole e la più bisognosa, regredisce.
Si sogna un universo senza
differenze e asperità nel quale viene identificato un grembo materno liscio e
vuoto di contenuti, da poter liberamente possedere e nel quale abitare senza
leggi, costrizioni, responsabilità; oppure un grembo reso sterile dal fuoco
purificatore della rabbia.
Tutto ciò presuppone
l'eliminazione della figura paterna e dei suoi attributi.
Tale mondo dominato dal principio
del piacere, dove ogni responsabilità è bandita, è abitato da esseri fusi con
una madre arcaica nella confusione delle leggi e dei valori, nel caos e
nell'anonimia.
La cancellazione dell'esperienza
e della memoria porta gradualmente alla cancrenizzazione di parti del Sé, che,
non subendo evoluzione e trasformazione, rimangono come macigni e, a livello
inconscio, emergono a pezzi nei gesti, nelle parole, nel comportamento.
Note:
Volantino citato da G. Sandoz in
Ces Allemands qui ont défié Hitler - Pygmalion, Paris 1980.
Bibliografia
•Bion W.R., Apprendere dall'esperienza,
A. Armando, Roma, 1972.
•Bion W.R., Memoria del futuro.
Il sogno, R. Cortina, Milano, 1993.
•Chasseguet-Smirgel J. (1988),
Germania in I due alberi del Giardino, Feltrinelli, Milano, 1991.
•Freud S. (1910), Osservazioni
psicoanalitiche su un caso di paranoia (Caso clinico del presid. Schreber), in
Opere vol. 6.
•Freud S. (1911), Precisazioni su
due principi dell'accadere psichico in Opere vol. 6, Boringhieri, Torino, 1974.
•Magris C., Itaca e oltre,
Garzanti, Milano, 1982.
•Mancia M., Il sogno come
religione della mente, Laterza, Bari, 1987.
•Mancia M., Sogno, memoria e
ricostruzione in Sogni: figli d'un cervello ozioso, a cura di Bosinelli Bollati
Boringhieri, Torino, 1991.
•Mancia M., Dall'Edipo al sogno,
R. Cortina, Milano, 1994.
•Mann T. (1942), Attenzione
Tedeschi, in Scritti storici e politici, Opere vol.XI, Mondadori, Milano,
1957.
•Mann T. (1938), Fratello Hitler
in Scritti minori, Opere, vol.XII, Mondadori, Milano, 1958.
•Steiner J., I rifugi della
mente, Bollati Boringhieri, Torino, 1996.




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