NEL GIROTONDO DELLA VITA
Il
tetto di glicine del mio terrazzo è spoglio, il suo vestito di foglie che per
tutto l’estate ha offerto la sua ombra, giace a terra.
Il
vento forma dei mulinelli, sbatacchia le foglie cadute, la pioggia,
infradiciandole, le trasforma in poltiglia.
Gli
alberi alzano i loro bracci scheletrici in un ultimo anelito prima che crudeli
cesoie decretino la loro fine.
E
finalmente avrà pace la loro agonia.
Tra
qualche mese nel camino saranno fuoco, calore, allegria.
Nella
brulla terra di fine autunno nascono ciclamini rossi, l’albero dei cachi sembra
addobbato per il Natale, stupendi frutti color del miele sono consolazione per le morte foglie.
Quel
sottile diaframma che separa la vita dalla morte è come una griglia che - noi
inconsapevoli - organizza giorno dopo giorno
la nostra esistenza.
Non
ricordo più chi ha scritto che il biliardo è un gioco che imita la vita perché
è pieno di angoli retti, ottusi, acuti che è il percorso che devono fare le
biglie, mentre noi invece giriamo in circolo perché il girotondo si fa beffa
degli spigoli.
“In
un paese della Scozia vengono venduti libri con una pagina bianca sperduta in
un punto qualsiasi del volume.
Se
un lettore si imbatte in quella pagina allo scoccare delle tre del pomeriggio,
muore.”.
E’ Julio
Cortàzar che scrive e in questi giorni mi tiene compagnia.
Il
girotondo impazzito nel frastuono dai mille chiassosi colori è un tentativo
inutile quanto inevitabile per non
imbattersi in quella pagina bianca.
Quando
si è nell’autunno della vita, il tempo sembra correre più velocemente eppure,
se ci fermiamo a riflettere, le giornate possono diventare più lunghe se ogni
minuto acquista un significato.
“Laggiù
in fondo sta la morte”, è sempre Cortàzar che parla, “ma niente paura. Afferra
l’orologio con una mano, prendi con due dita la rotellina della corda e falla
girare dolcemente. Adesso si apre un altro periodo….il tempo come un ventaglio
si va empiendo di se stesso, e da esso sgorgano l’aria, le brezze della terra,
l’ombra di una donna, il profumo del pane.”
L’ombra
di una donna e il profumo del pane, e il mio pensiero va indietro, recupera
antiche emozioni.
Una
mamma prepara la merenda alla sua bambina e le sorride e quel sorriso la
accompagnerà per tutta la vita.
E
quando la donna madre non sarà più presente, la bambina, non più bambina, le
parlerà ancora, ritroverà il sorriso e lo passerà ad un’altra bambina.
Nel
ventaglio del tempo della vita, la morte tante volte mostra la sua immagine:
malattie, separazioni, abbandoni, delusioni, sconfitte.
E l’Io confuso e smarrito ha paura e tende a
costruire attorno a sé una barriera difensiva.
Ma
“La paura arrugginisce le ancore, ciascuna delle cose che si potevano
raggiungere e che furono dimenticate sta corrodendo le vene dell’orologio,
incancrenendo il freddo sangue dei suoi piccoli rubini.
E
laggiù in fondo sta la morte, se non corriamo e arriviamo prima e non
comprendiamo che non ha più nessuna importanza.”
Aurora
ha perso due figli in tenera età, si chiamavano Enrico.
Il
secondo Enrico era nato poco dopo la morte del fratellino.
La
sua nascita avrebbe dovuto riempire un vuoto ma, venendo al mondo, ha
incontrato una madre depressa che rispondeva piangendo al suo pianto e non
poteva allattarlo perché Enrico rifiutava il suo latte.
Enrico
secondo è vissuto meno del primo, solo tredici mesi, poi la “morte bianca” lo
ha portato via nel sonno come il fratello, così, senza un motivo apparente.
Aurora
ha imbalsamato il loro ricordo in un cuore congelato, il suo battito sono
rintocchi a morte. Il suo nome, un ossimoro.
Unico
sollievo? Dormire e dimenticare, talvolta sognare.
“Il
sogno è una seconda vita” diceva Gerard de Nerval.
Ogni
notte ci stacchiamo dalla realtà
quotidiana ed entriamo in un mondo senza confini, in uno spazio senza tempo
dove poter recuperare affetti ed emozioni e riportare alla luce le memorie di
un tempo ricostruendole, attribuendo un significato diverso a un’esperienza affettiva
passata, attraverso la ritrascrizione della memoria.
E
dal profondo emerge pian piano il ricordo di Aurora bambina che porta la vita
nel nome e la morte nel cuore.
La
depressione della sua mamma, la sua solitudine, l’immagine di una bambola senza
capelli che lei vestiva e svestiva continuamente.
Ricorda
la mamma, sempre a letto, che non si poteva disturbare e i suoi pianti e le
sgridate del papà.
Poi
la mamma non c’è più, è volata in cielo con gli angeli.
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| Paul Klee |
Le immagini del sogno diventano un ponte tra l’esperienza attuale e l’esperienza del tempo dell’infanzia.
E
noi la ripercorriamo l’infanzia, con il potere di chi può guardarla con occhi
diversi.
La
bambina Aurora come Enrico, voleva una mamma diversa che la aiutasse a vivere,
che la nutrisse d’amore.
Piange
ancora la sua solitudine, di figlia e di madre, e chiede aiuto.
Il
suo nome porta in sé il nascere di un
giorno nuovo, ma non è solo il nome che le hanno dato, può diventare la
sua identità.
Sta
a lei fare una scelta.
I
ricordi si colorano lentamente di fantasia.
Enrico
se fosse vissuto sarebbe stato un bambino sano, forte paffutello, come gli
angioletti della immaginette.
Lo
sogna, le assomiglia, ha i suoi occhi azzurri.
Giocano
insieme nel sogno e, raccontandolo, sorride.
Ha
cinque anni Enrico nel sogno, quanti ne avrebbe avuti se fosse rimasto sulla
terra.
Ma
oggi Aurora gioca con la sua piccola Gaia alla quale racconta che due
angioletti nel cielo giocano con la nonna.
Tra
poco l’inverno avvolgerà nel grigio tutte le piante del mio giardino e moriranno anche i ciclamini.
Ritornerà
la primavera, nel frattempo i sogni mi accompagneranno ogni notte nell’attesa
che un giorno nuovo fughi il buio della notte.




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