UNA LANTERNA NEL BUIO
Quando un artista crea un’opera affida la sua creatura al mondo esattamente come una madre col proprio figlio.
L’opera d’arte però sfugge al suo creatore e diventa patrimonio dell’umanità.
Il vecchio Goethe diceva - leggo in Claudio Magris “Itaca e oltre” (Essere o avere la verità)-Garzanti,1982- che le sue opere una volta scritte gli divenivano estranee, sino a rendersi quasi irriconoscibili.
Gli capitava a volte di meravigliarsi nel ritrovare se stesso leggendo qualcosa che solo dopo riconosceva come sua.
Il fatto è che il vero significato di un’opera d’arte è l’autonomia, l’espressione di sentimenti e valori che cambiano via via che cambia il tempo, la cultura e l’interpretazione individuale.
Un libro, una musica, un quadro, uno spettacolo possono risvegliare dall’oblio la nostra felicità o il nostro dolore, la nostra malinconia o il nostro disordine ma, meglio ancora possono dare voce, talvolta più velocemente di un sogno, a sensazioni e percezioni annidate nella nostra memoria implicita, possono cioè scavare nelle pieghe della nostra carne e stupirci nel disvelamento di nostre parti oscure, sconosciute che hanno magari condizionato lo svolgersi della nostra vita.
Ci è dato scoprire come le figure più significative della nostra esistenza hanno operato, come demoni e dei del nostro universo mentale.
Riconoscere le forze che operano dentro di noi nel bene o nel male può servire a neutralizzare l’ombra pesante che risucchia verso il basso per tendere verso la luce di mete desiderate.
La ricerca, consapevole o inconsapevole, del senso della vita appartiene a tutta l’umanità, tesa da sempre a capire se stessa.
Si proietta nello specchio che l’altro le porge ma l’immagine, raramente limpida, spesso deformata incontra occhi che guardano e talvolta vedono, oppure occhi chiusi per non vedere o resi miopi dalla paura di scoprire la propria nudità, la propria debolezza, la propria negatività.
L’uomo vive creando immagini, di giorno con le sue fantasie, di notte con i suoi sogni ma solo l’artista, bambino-adulto ha il potere di trasformare la realtà in metafora, svolgendo un ruolo, a lui talvolta ignoto, di servitore della conoscenza.
Solo gli occhi di un bambino videro il re nudo, racconta la favola; crescendo infatti si perde il senso della direzione, si gira in tondo e di metafora in metafora si scivola in una catena di significanti in cui l’uno prende il posto dell’altro fino a nascondere il punto di origine.
Una visione distorta della propria verità apre una porta verso la zona d’ombra della “non vita”, incapsulandoci nella paura della morte.
In “Fuga nelle tenebre” Schnitzler mostra magistralmente come la paura di non esistere faccia scivolare gradualmente nel fondo oscuro del pensiero e, trasformando la sfera dei sentimenti, confonde a tal punto Robert, il protagonista, fino a precipitarlo nel baratro della distruzione.
“..Sono io, Robert, sono tuo fratello, il tuo amico. Cosa vai fantasticando? Sono tuo fratello…Robert. Credimi, convinciti finalmente, non è davvero possibile che tu pensi…” Gli mancarono le parole. Nei suoi occhi si leggevano angoscia, compassione e amore smisurato. Ma per il fratello quello sguardo lucido di pianto significava perfidia, minaccia e morte. Otto, di nuovo profondamente scosso dall’espressione di orrore che vedeva dipinta sul volto del fratello, non riuscì più a controllarsi, gli si accostò per abbracciarlo e rassicurarlo con quel gesto franco e affettuoso della sua fraterna tenerezza. Ma Robert, sentendo le mani fredde del fratello sul collo, non dubitò più che fosse giunto il temuto attimo, dell’estremo, atroce pericolo, contro il quale, secondo leggi umane e divine, gli era permesso, anzi imposto di difendersi in qualsiasi maniera. Alzò con cautela il cane del revolver nella tasca della giacca e mentre il fratello continuava a tenergli le braccia al collo, appoggiò la canna contro il suo petto; solo allora Otto comprese cosa stava per accadere: ma nell’attimo in cui volle afferrare l’arma, tirarsi indietro e gridare, la pallottola gli era penetrata in mezzo al cuore, e si accasciò in terra senza un lamento.” (A.Schnitzler “Fuga nelle tenebre”1981 Adelphi, Milano).
L’opera d’arte però sfugge al suo creatore e diventa patrimonio dell’umanità.
Il vecchio Goethe diceva - leggo in Claudio Magris “Itaca e oltre” (Essere o avere la verità)-Garzanti,1982- che le sue opere una volta scritte gli divenivano estranee, sino a rendersi quasi irriconoscibili.
Gli capitava a volte di meravigliarsi nel ritrovare se stesso leggendo qualcosa che solo dopo riconosceva come sua.
Il fatto è che il vero significato di un’opera d’arte è l’autonomia, l’espressione di sentimenti e valori che cambiano via via che cambia il tempo, la cultura e l’interpretazione individuale.
Un libro, una musica, un quadro, uno spettacolo possono risvegliare dall’oblio la nostra felicità o il nostro dolore, la nostra malinconia o il nostro disordine ma, meglio ancora possono dare voce, talvolta più velocemente di un sogno, a sensazioni e percezioni annidate nella nostra memoria implicita, possono cioè scavare nelle pieghe della nostra carne e stupirci nel disvelamento di nostre parti oscure, sconosciute che hanno magari condizionato lo svolgersi della nostra vita.
Ci è dato scoprire come le figure più significative della nostra esistenza hanno operato, come demoni e dei del nostro universo mentale.
Riconoscere le forze che operano dentro di noi nel bene o nel male può servire a neutralizzare l’ombra pesante che risucchia verso il basso per tendere verso la luce di mete desiderate.
La ricerca, consapevole o inconsapevole, del senso della vita appartiene a tutta l’umanità, tesa da sempre a capire se stessa.
Si proietta nello specchio che l’altro le porge ma l’immagine, raramente limpida, spesso deformata incontra occhi che guardano e talvolta vedono, oppure occhi chiusi per non vedere o resi miopi dalla paura di scoprire la propria nudità, la propria debolezza, la propria negatività.
L’uomo vive creando immagini, di giorno con le sue fantasie, di notte con i suoi sogni ma solo l’artista, bambino-adulto ha il potere di trasformare la realtà in metafora, svolgendo un ruolo, a lui talvolta ignoto, di servitore della conoscenza.
Solo gli occhi di un bambino videro il re nudo, racconta la favola; crescendo infatti si perde il senso della direzione, si gira in tondo e di metafora in metafora si scivola in una catena di significanti in cui l’uno prende il posto dell’altro fino a nascondere il punto di origine.
Una visione distorta della propria verità apre una porta verso la zona d’ombra della “non vita”, incapsulandoci nella paura della morte.
In “Fuga nelle tenebre” Schnitzler mostra magistralmente come la paura di non esistere faccia scivolare gradualmente nel fondo oscuro del pensiero e, trasformando la sfera dei sentimenti, confonde a tal punto Robert, il protagonista, fino a precipitarlo nel baratro della distruzione.
“..Sono io, Robert, sono tuo fratello, il tuo amico. Cosa vai fantasticando? Sono tuo fratello…Robert. Credimi, convinciti finalmente, non è davvero possibile che tu pensi…” Gli mancarono le parole. Nei suoi occhi si leggevano angoscia, compassione e amore smisurato. Ma per il fratello quello sguardo lucido di pianto significava perfidia, minaccia e morte. Otto, di nuovo profondamente scosso dall’espressione di orrore che vedeva dipinta sul volto del fratello, non riuscì più a controllarsi, gli si accostò per abbracciarlo e rassicurarlo con quel gesto franco e affettuoso della sua fraterna tenerezza. Ma Robert, sentendo le mani fredde del fratello sul collo, non dubitò più che fosse giunto il temuto attimo, dell’estremo, atroce pericolo, contro il quale, secondo leggi umane e divine, gli era permesso, anzi imposto di difendersi in qualsiasi maniera. Alzò con cautela il cane del revolver nella tasca della giacca e mentre il fratello continuava a tenergli le braccia al collo, appoggiò la canna contro il suo petto; solo allora Otto comprese cosa stava per accadere: ma nell’attimo in cui volle afferrare l’arma, tirarsi indietro e gridare, la pallottola gli era penetrata in mezzo al cuore, e si accasciò in terra senza un lamento.” (A.Schnitzler “Fuga nelle tenebre”1981 Adelphi, Milano).
Nel movimento circadiano della vita, alla luce succede il buio, al giorno la notte, all’estate l’inverno, alla vita la morte.
E’ un disegno della natura che presupporrebbe una serena accettazione.
Ma agli uomini, in una ineffabile lontananza, si dice che sia stato dato conoscere l’Eden, dove tempo e spazio, luce e ombra, vita e morte non c’erano.
Non c’era la paura, né l’ansia, né l’angoscia, figlia del tempo e del bisogno.
Ma non c’era neppure la capacità creativa, l’intelligenza, la libertà, l’autonomia; semplicemente non servivano.
In un Eden, metafora assurda della felicità, non ci sarebbero differenze e individualità, né sconfitte né conquiste, né bontà, né cattiveria.
Fuori dall’Eden il bisogno, e con lui l’invidia, la gelosia il possesso.
Il mito racconta però che da Poros e Poenia nel Caos primigenia nasca Eros, Dio dell’amore e con lui il Desiderio, figlio delle stelle.
Dal buio e nel buio ha inizio la vita, la paura è figlia del buio, essa alberga, in maggiore o minor misura dentro ciascuno di noi perché appartiene al regno da cui la vita ha origine.
Tutto ciò che fa paura esercita infatti fascino e repulsione insieme; tutto ciò è apparentemente assurdo, ma rappresenta in parte il bisogno di guardare in faccia ciò che ci spaventa per poterlo all’occasione combattere.
La lotta tra le fazioni opposte del nostro mondo inconscio è il destino dell’uomo, straniero spaesato al crocevia di grandi correnti.
Su ciò sono nate le religioni e si sono sviluppate le ideologie ma, grazie a ciò, l’uomo sviluppa la sua intelligenza e la sua creatività, fa le sue conquiste, definisce il suo essere.
Ricordo di aver letto “I lanternai” di R.L.Stevenson, (l’autore del dottor Jekyll, opera troppo nota perché si stia a sottolineare il significato simbolico e metaforico).
Deve avermi sicuramente colpito se ancora oggi ne conservo vivo il ricordo e, nel ricordo, quasi rivivo l’emozione di allora.
E’ un racconto breve che narra di un gruppo di ragazzini, in vacanza su un’isola dell’Irlanda.
Avevano inventato un gioco che, pian piano si era trasformato quasi in un rito magico e, grazie al quale, si erano stretti patti di amicizia e di stima reciproca.
Verso la fine di Settembre, quando le notti diventavano buie, uscivano equipaggiati di una lanterna magica di stagno.
Il piacere che ne traevano era puramente immaginario, eppure un ragazzo con la sua lanterna non chiedeva niente altro dalla vita, essere un ragazzo con la lanterna sotto il cappotto, bastava.
Per regola, dovevano tenere celato il loro tesoro perché nessuno poteva riconoscere chi portava la lanterna se non dall’odore disgustoso di stagno arroventato.
La portavano legata alla cintura con una fibbia e al di sopra il cappotto doveva essere interamente abbottonato.
Andavano ognuno per i fatti propri, camminando da soli nella notte buia, il vetro che serviva da cursore chiuso, il cappotto abbottonato per bene perché nessun raggio sfuggisse ad illuminare i passi o a rendere manifesto il segreto.
Poi si riunivano tutti in qualche buca tra le dune e, dopo essersi slacciati i cappotti, scoprivano le lanterne.
Alla fioca luce tremolante sotto la volta della notte buia, si accoccolavano l’uno accanto all’altro e raccontavano di loro stessi.
Non era importante di cosa parlassero, quello che importava era l’essere consapevoli nell’angolo più remoto del proprio cuore, della lanterna stretta alla cintura ed esultare e sciogliere un canto a questa certezza.
Dall’antichità in poi gli spettri popolano tutte le letterature, dalla Bibbia alle Mille e Una Notte, da Omero a Shakespeare….
Affrontare i propri fantasmi nonostante la paura vuol dire trovare la spinta a procedere magari anche aldilà del razionale.
L’uomo ha in sé la speranza dell’assoluto e, pur nella consapevolezza che ogni utopia alberga nell’isola che non c’è, continua a lottare per vincere la morte perché è nella ricerca la risposta al bisogno di sapere, conoscere, possedere, vincere, fugando l’ombra, ciascuno a suo modo.
In “Moby Dick” Ismaele si chiede perché è atterrito dalla bianchezza della balena e si chiede ancora , senza avere risposta, il perché dell’ostinazione di Achab.
Ma Ismaele altro non è che l’altra faccia di Achab, la parte razionale che non può capire però il fuoco delirante tutto teso a vincere il tormento dell’ambiguità dell’esistenza.
“Quel viaggio era qualcosa di più, dice Ismaele, era parte di un programma che la provvidenza aveva tracciato da sempre”.
Moby Dick è il contenitore bianco di una balena nera, la propria ombra “il grande fantasma incappucciato simile a una collina di neve”.
Noi sappiamo che l’oscurità che avvolge la vita di Melville deriva dalla tormentosa confusione della sua mente (la prematura morte del padre? I dissesti finanziari?). Sicuramente una parte importante della vita creativa di Melville fu una affannosa ricerca di mezzi grazie ai quali poter trasmutare simbolicamente la sua dolorosa esperienza in letteratura, grazie ai quali il disagio psichico potesse trasformarsi in qualcosa di “spirituale” e l’inesprimibile potesse essere espresso.
Si sentì sempre inadeguato ma riuscì a trasformare questa disperazione in una costante e vaga irrequietudine, in una “eterna brama di cose remote”.
Viaggiò per quasi tutta la vita per mare; la sua immaginazione lo portò a interpretare i suoi viaggi come fatti in remote regioni dello spirito.
E’ questo il fascino di Moby Dick, non solo una bella storia di mare e caccia alla balena, ma una passione sofferta per gli spazi aperti, gli orizzonti lontani, quel tanto di luminoso e naturale che nella sua selvaggia e paurosa maestosità assume dimensioni metafisiche e non semplicemente leggendarie.
Il mare e la balena, le due enormi cose, contenitore e contenuto che Achab solca,fende, possiede e crede di governare da padrone.
In “Ulisse e la balena bianca”, di V. Gassman, Ulisse e Achab passano in mare il maggior tempo della loro vita.
Ulisse rappresentazione dell’umano e del terreno, si avventura oltre le colonne d’Ercole trascendendo l’umano e il terreno. Muore nel tentativo di conoscere l’inconoscibile.
Due eroi a confronto: Ulisse l’eroe epico, protetto e osteggiato dalle divinità e Achab, un povero vecchio cacciatore di balene che racchiude una dignità ben superiore, la grandezza tragica di un eroe umano, molto più vicino ai personaggi di Shakespeare che di Omero, più vicino al tormento di Re Lear o di Macbeth o di Amleto.
Achab si domanda che senso ha l’esistenza, la sua esistenza e quella forse degli uomini tutti in un mondo indifferente alla sofferenza. Moby Dick gli ha portato via una gamba “disalberandolo”.
Lui non sa il perché della sofferenza ma ad essa si ribella, da uomo, proiettando sulla balena la causa di tutto il dolore del mondo.
Non so se Moby Dick rappresenti Dio o il diavolo o la materializzazione di un nucleo “perverso” che rende zoppicanti e insicuri, incapaci di godere, di amare, in ultima analisi di vivere e di morire.
D’altra parte in Achab posso vedere la vittima e l’aggressore, egli mi appare anche come il signore della vita e della morte, racchiudendo nella sua singolarità tutte le possibili diversità umane.
Forse Jung direbbe che appartiene all’inconscio collettivo.
Alla specie umana appartiene peraltro la potenziale grandiosità dell’immaginazione, della creatività e della capacità di leggere quanto dietro a ogni creazione si nasconde.
Ogni uomo porta una lanterna alla cintura e per quanto buio possa sembrare il suo cammino, esiste la possibilità che all’interno di un pozzo buio ci sia una stanza dorata.
E’ un disegno della natura che presupporrebbe una serena accettazione.
Ma agli uomini, in una ineffabile lontananza, si dice che sia stato dato conoscere l’Eden, dove tempo e spazio, luce e ombra, vita e morte non c’erano.
Non c’era la paura, né l’ansia, né l’angoscia, figlia del tempo e del bisogno.
Ma non c’era neppure la capacità creativa, l’intelligenza, la libertà, l’autonomia; semplicemente non servivano.
In un Eden, metafora assurda della felicità, non ci sarebbero differenze e individualità, né sconfitte né conquiste, né bontà, né cattiveria.
Fuori dall’Eden il bisogno, e con lui l’invidia, la gelosia il possesso.
Il mito racconta però che da Poros e Poenia nel Caos primigenia nasca Eros, Dio dell’amore e con lui il Desiderio, figlio delle stelle.
Dal buio e nel buio ha inizio la vita, la paura è figlia del buio, essa alberga, in maggiore o minor misura dentro ciascuno di noi perché appartiene al regno da cui la vita ha origine.
Tutto ciò che fa paura esercita infatti fascino e repulsione insieme; tutto ciò è apparentemente assurdo, ma rappresenta in parte il bisogno di guardare in faccia ciò che ci spaventa per poterlo all’occasione combattere.
La lotta tra le fazioni opposte del nostro mondo inconscio è il destino dell’uomo, straniero spaesato al crocevia di grandi correnti.
Su ciò sono nate le religioni e si sono sviluppate le ideologie ma, grazie a ciò, l’uomo sviluppa la sua intelligenza e la sua creatività, fa le sue conquiste, definisce il suo essere.
Ricordo di aver letto “I lanternai” di R.L.Stevenson, (l’autore del dottor Jekyll, opera troppo nota perché si stia a sottolineare il significato simbolico e metaforico).
Deve avermi sicuramente colpito se ancora oggi ne conservo vivo il ricordo e, nel ricordo, quasi rivivo l’emozione di allora.
E’ un racconto breve che narra di un gruppo di ragazzini, in vacanza su un’isola dell’Irlanda.
Avevano inventato un gioco che, pian piano si era trasformato quasi in un rito magico e, grazie al quale, si erano stretti patti di amicizia e di stima reciproca.
Verso la fine di Settembre, quando le notti diventavano buie, uscivano equipaggiati di una lanterna magica di stagno.
Il piacere che ne traevano era puramente immaginario, eppure un ragazzo con la sua lanterna non chiedeva niente altro dalla vita, essere un ragazzo con la lanterna sotto il cappotto, bastava.
Per regola, dovevano tenere celato il loro tesoro perché nessuno poteva riconoscere chi portava la lanterna se non dall’odore disgustoso di stagno arroventato.
La portavano legata alla cintura con una fibbia e al di sopra il cappotto doveva essere interamente abbottonato.
Andavano ognuno per i fatti propri, camminando da soli nella notte buia, il vetro che serviva da cursore chiuso, il cappotto abbottonato per bene perché nessun raggio sfuggisse ad illuminare i passi o a rendere manifesto il segreto.
Poi si riunivano tutti in qualche buca tra le dune e, dopo essersi slacciati i cappotti, scoprivano le lanterne.
Alla fioca luce tremolante sotto la volta della notte buia, si accoccolavano l’uno accanto all’altro e raccontavano di loro stessi.
Non era importante di cosa parlassero, quello che importava era l’essere consapevoli nell’angolo più remoto del proprio cuore, della lanterna stretta alla cintura ed esultare e sciogliere un canto a questa certezza.
Dall’antichità in poi gli spettri popolano tutte le letterature, dalla Bibbia alle Mille e Una Notte, da Omero a Shakespeare….
Affrontare i propri fantasmi nonostante la paura vuol dire trovare la spinta a procedere magari anche aldilà del razionale.
L’uomo ha in sé la speranza dell’assoluto e, pur nella consapevolezza che ogni utopia alberga nell’isola che non c’è, continua a lottare per vincere la morte perché è nella ricerca la risposta al bisogno di sapere, conoscere, possedere, vincere, fugando l’ombra, ciascuno a suo modo.
In “Moby Dick” Ismaele si chiede perché è atterrito dalla bianchezza della balena e si chiede ancora , senza avere risposta, il perché dell’ostinazione di Achab.
Ma Ismaele altro non è che l’altra faccia di Achab, la parte razionale che non può capire però il fuoco delirante tutto teso a vincere il tormento dell’ambiguità dell’esistenza.
“Quel viaggio era qualcosa di più, dice Ismaele, era parte di un programma che la provvidenza aveva tracciato da sempre”.
Moby Dick è il contenitore bianco di una balena nera, la propria ombra “il grande fantasma incappucciato simile a una collina di neve”.
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| Gilbert Wilson - Moby Dick |
Si sentì sempre inadeguato ma riuscì a trasformare questa disperazione in una costante e vaga irrequietudine, in una “eterna brama di cose remote”.
Viaggiò per quasi tutta la vita per mare; la sua immaginazione lo portò a interpretare i suoi viaggi come fatti in remote regioni dello spirito.
E’ questo il fascino di Moby Dick, non solo una bella storia di mare e caccia alla balena, ma una passione sofferta per gli spazi aperti, gli orizzonti lontani, quel tanto di luminoso e naturale che nella sua selvaggia e paurosa maestosità assume dimensioni metafisiche e non semplicemente leggendarie.
Il mare e la balena, le due enormi cose, contenitore e contenuto che Achab solca,fende, possiede e crede di governare da padrone.
In “Ulisse e la balena bianca”, di V. Gassman, Ulisse e Achab passano in mare il maggior tempo della loro vita.
Ulisse rappresentazione dell’umano e del terreno, si avventura oltre le colonne d’Ercole trascendendo l’umano e il terreno. Muore nel tentativo di conoscere l’inconoscibile.
Due eroi a confronto: Ulisse l’eroe epico, protetto e osteggiato dalle divinità e Achab, un povero vecchio cacciatore di balene che racchiude una dignità ben superiore, la grandezza tragica di un eroe umano, molto più vicino ai personaggi di Shakespeare che di Omero, più vicino al tormento di Re Lear o di Macbeth o di Amleto.
Achab si domanda che senso ha l’esistenza, la sua esistenza e quella forse degli uomini tutti in un mondo indifferente alla sofferenza. Moby Dick gli ha portato via una gamba “disalberandolo”.
Lui non sa il perché della sofferenza ma ad essa si ribella, da uomo, proiettando sulla balena la causa di tutto il dolore del mondo.
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| Giudizio Universale - Cappella Sistina, Roma |
D’altra parte in Achab posso vedere la vittima e l’aggressore, egli mi appare anche come il signore della vita e della morte, racchiudendo nella sua singolarità tutte le possibili diversità umane.
Forse Jung direbbe che appartiene all’inconscio collettivo.
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| The Serpent & The Tree - The Red Book |
Ogni uomo porta una lanterna alla cintura e per quanto buio possa sembrare il suo cammino, esiste la possibilità che all’interno di un pozzo buio ci sia una stanza dorata.






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