QUANDO IL TEATRO INCONTRA LA FOLLIA

Alberto Martini - Follia - 1914
Scrive Sartre:
"Non si recita per guadagnarsi da vivere.
Si recita per mentire, per essere quello che non si può essere, e perché si è stufi di essere quello che si è.Si recita per conoscersi e perché ci si conosce troppo.Si recita nella parte dell’eroe perché si è vili, nella parte dell’assassino perché si muore dalla voglia di ammazzare il prossimo.Si recita perché si ama la verità e la si detesta.
Si recita perché si impazzirebbe se non si recitasse.
Recitare!Forse che lo so io quando recito?C’è forse un momento in cui smetto di recitare?"

Il teatro incontra la follia.
Erasmo da Rotterdam nel suo “Elogio della pazzia” definisce la follia una dama sfuggente che cambia continuamente proposito.
La pazzia, egli dice, è quella del mercante che rischia la vita per qualche esotica sciocchezza, è la pazzia del  principe che invece di governare bene e amministrare i  beni, cerca di aumentarli sempre di più, è la follia del frate il quale crede che la sua tonaca sporca lo raccomandi in Cielo, è ancora quella del pontefice che, se sapesse cosa vuol dire fare il papa, non si affannerebbe tanto per ottenere la tiara, ecc.ecc.
Il fatto è che la verità della finzione spesso ha la meglio su una realtà che ci sfugge.

Antonin Artaud in Il Teatro e il suo doppio scrive:"Quando vivo non mi sento di vivere, ma quando recito, allora sì, mi sento esistere"
Hieronymus Bosch - Il Giardino delle Delizie (particolare) -1510
E’ la vita una finzione o la finzione scenica mostra, mascherandola, ciò che nel nostro mondo interno si agita perché non si riesce a esprimere?
La vita è sogno scrive Calderon della Barca e in effetti  si può stabilire un  parallelismo tra sogno e follia, vita e teatro.

Nella novella di Pirandello "Quintadecima" o "Mal di Luna" si racconta del matrimonio tra Batà e la giovane Siodora (innamorata invece del cugino Saro che la mamma non le permette di sposare perché consanguineo).
Chi è Batà?
Di lui "non si sapeva come vivesse, stava sempre solo, come una bestia, in compagnia delle sue bestie… e certo aveva un’aria strana, truce, a volte da insensato."
Qual è il suo dramma privato che costituisce poi il nucleo centrale della novella?
Batà è affetto da uno strano male: ogni qualvolta la luna si trova in quintadecima (luna piena) viene preso da un furore irrefrenabile che lo rende molto simile a una bestia nel comportamento.
Paul Klee - Incendio sotto la luna piena 
Emette ululi lunghi, ferini, come se avesse un cane in corpo, le unghie sembrano diventate artigli e lui graffia, latra, batte la testa e le ginocchia in modo continuo, fino a cadere per terra "come una bestia morta, bocconi, tra la bava, nero, tumefatto, le braccia aperte".
E’ lui stesso a consigliare alla moglie come comportarsi in tali momenti: "Chiuditi dentro bene. Non ti spaventare. Se sbatto, se scuoto la porta e la graffio e grido, non aprire."
"Questo male", scrive Pirandello, "gli aveva dormito dentro per anni e solo da poco gli si era risvegliato. Era però un male soltanto per lui; bastava che gli altri se ne guardassero e gli dessero la possibilità di esprimerlo ogni tanto, di notte, da solo."
Il nostro vivere quotidiano si articola in un alternarsi del giorno e della notte.
Di giorno prevale un codice di comunicazione estensivo, usiamo cioè un codice comprensibile agli altri.
Di notte, attraverso l’attività onirica, usiamo un codice privato, il linguaggio per immagini,infatti, serve solo a noi stessi.
E giusto nella confusione tra pubblico e privato può trovare posto ogni crisi, nevrotica e psicotica: rimandare cioè a un pubblico un parlare privato.
Tali crisi appartengono all’ordine della notte, la loro intromissione violenta nell’ordine del giorno sconvolge la norma e suscita paura.
Ma che senso ha per Batà la luna?
Scrive Pirandello: "…la madre, da giovane, andata a spighe, dormendo su un’aia al sereno, lo aveva tenuto bambino tutta la notte esposto alla luna; e tutta quella notte, lui povero innocente, con la pancina all’aria, mentre gli occhi gli vagellavano, ci aveva giocato, con la bella luna, dimenando le gambette, i braccini. E la luna lo aveva incantato."
Pirandello col suo intuito comprende  l’importanza di un vissuto infantile nella strutturazione della personalità e ancor meglio mette in relazione la salute mentale con il primario rapporto madre-bambino.
I fratelli Taviani su questa novella hanno fatto un film "Mal di luna" appunto rendendo, con  molta più chiarezza, il parallelismo tra la "follia" che spaventa, quella di Batà, e un altro tipo di follia, quello della madre di Sidora che, quasi come risarcimento, organizza l’incontro tra lei, la figlia  e Saro, il cugino precedentemente non voluto.
E così accade che "mentre il marito fuori faceva alla porta quella tempesta, eccola qua,ridere seduta sul letto, dimenando le gambe, tendendo le braccia, chiamare Saro, Saro".
Il racconto poi finisce con la presa di coscienza di Saro dell’assurdità di tale situazione, sdegnato va a prendere la madre nascosta nel bugigattolo e sbattendola sul letto, accanto alla figlia urla "questa è matta".
Nel film dei Taviani da questa situazione a tre si passa successivamente a una situazione a due: Saro rifiuta la seduzione sessuale di Sidora, esce e va in soccorso a Batà, gli si siede accanto, gli prende la testa tra le mani, lo contiene in un abbraccio materno, fino a calmarlo.
La follia di Batà si è trasformata in una richiesta dolorosa di comprensione e accoglimento, Sidora e la madre di lei diventano significanti di una pulsione quasi animalesca priva di affettività e sensibilità.  
Il teatro, il cinema, la musica, l’arte in genere hanno in sé un potenziale terapeutico eccezionale perché permettono di rivivere regressivamente, senza sentirsi in colpa, la dimensione onnipotente dell’infanzia, ritrovando un discorso primario fortemente colorato di toni affettivi.
La parola, il linguaggio iconico, gestuale, la movenza istintiva del corpo sono espressioni di emozioni a lungo bloccate, spesso ignorate da noi stessi.
L’arte è un contenitore materno, luogo privilegiato della sacralità della vita.
E’ solo in questa dimensione che si può capire il senso del mito utilizzato come base di ogni interpretazione  del linguaggio primario degli affetti.
In ogni rappresentazione teatrale  si può vedere la proiezione all’esterno di qualcosa che preme dentro nell’uomo come bisogno e come desiderio.
Dal conflitto tra desiderio e soddisfazione del bisogno, tra fantasia e realtà, nasce la tragedia dell’uomo; dalla comprensione anche parziale di tale conflitto, attraverso una sorta di gioco tra realtà e finzione, scaturisce l’equilibrio della conoscenza.

Commenti

Post più popolari